I Pellegrini della Francigena

 

 

PELLEGRINAGGIO A PIEDI

DA ROMA A GERUSALEMME

  

Il diario dei pellegrini.

Palestina, 22 ottobre – 9 novembre 2008

 

L’ultima tappa di una lunga avventura…

L’associazione I Pellegrini della Francigena è sorta il 1° Giugno 2000 con il pellegrinaggio giubilare da Lucca a Roma, nel quale camminarono oltre 100 pellegrini originari di ogni parte d’Italia, compresi due tedeschi.
La maggior parte erano toscani, in particolare della provincia di Lucca. I loro sponsor furono i Comuni di Altopascio, Borgo a Mozzano, Capannori e Lucca, con il supporto delle Confraternite di Misericordia che assicurarono sul territorio toscano un’assistenza encomiabile, con i mezzi fuori strada. All’arrivo a Roma furono poi accolti dall’Arciconfraternita dei Fabbri Ferrai, che dal 1450 è subentrata all’antica dipendenza romana dei Frati Ospitalieri del Tau di Altopascio. Con queste storiche premesse i nostri pellegrini furono inseriti nelle Celebrazioni Giubilari delle Confraternite Europee che si tennero in S. Pietro dal 16 al 18 giugno. Dopo allora i nostri pellegrini hanno completato la Francigena Italiana dal Passo del Gran S. Bernardo a Lucca, il Cammino di S. Francesco dalla Verna ad Assisi e infine, dal 2006 al 2008, il pellegrinaggio per antonomasia, quello da Roma a Gerusalemme.
Nel febbraio 2005 la nostra associazione ha assunto una denominazione legale e un suo statuto, e ha ottenuto dall’Amministrazione Civica d’Altopascio di avere la propria sede dove sorgeva l’antica e importante Magione dei Cavalieri o Frati Ospitalieri del Tau. È particolare motivo di orgoglio per noi avere la nostra sede nel cuore della via Francigena, dove si trovava nel Medioevo la Magione principale dei frati ospitalieri, che avevano come compito l’assistenza e la cura dei pellegrini.
In questi otto anni di vita del nostro sodalizio si è via via maturato un maggiore senso di gruppo e uno spirito sempre maggiore di solidarietà e fratellanza, sviluppando maggiormente il senso spirituale della nostra istituzione. Nel contempo si è attenuato il lato agonistico che quasi sempre si palesa nel cammino di gruppi numerosi, in modo particolare nella parte finale di ogni tappa, specialmente nei percorsi più impegnativi.
Altri fattori che contraddistinguono la nostra istituzione sono: organizzare pellegrinaggi  avvalendosi di un pullman di supporto, che trasporta i bagagli e soccorre i pellegrini in difficoltà, dando inoltre la possibilità di far parte del gruppo “saccopelisti” oppure di quello “mezza-pensione”. Così facendo si permette a tutti di partecipare, o in un modo più spartano e più consono al pellegrino, oppure in maniera più confortevole, permettendo la partecipazione anche a persone che si avvicinano alla quarta età.
Il pellegrinaggio triennale da Roma a Gerusalemme ha rispettato questi canoni sul territorio italiano, mentre in Terrasanta ha dovuto optare per un unico tipo di sistemazione a mezza-pensione, per evidenti motivi logistici. Dopo i consueti disguidi incontrati nei primi giorni, dovuti a un ambiente particolare e problematico come è quello dei luoghi santi, nel proseguo si è avuto un risultato più che lusinghiero a dimostrazione di una preparazione meticolosa e accurata durata oltre un anno.
Dei risultati raggiunti si debbono ringraziare non solo il presidente dell’associazione, ma tutto il Consiglio Direttivo e tutti coloro che hanno contribuito all’impresa. Va ringraziata prima di tutto la Confraternita di Sant’Iacopo del prof. Caucci, nostra “sorella maggiore”, che con le ricerche e le ricognizioni di Mons. Paolo Giulietti ha fornito il percorso in Terrasanta, su cui ci ha guidato egregiamente e con professionalità Giovanni Becattini.
Per il tratto sul territorio italiano, lungo “l’itinerario micaelico”, si deve ringraziare l’Associazione di Como dei Jubilantes che nel 2002 lo percorsero per primi. Inoltre dal 2000 abbiamo avuto come guida spirituale don Alberto Brugioni, che ci è sempre stato vicino nonostante i numerosi impegni pastorali. Attualmente, nella veste di Monsignore e coadiuvante del vescovo di Lucca, ci segue ancora in spirito e tutti i pellegrini gliene sono immensamente grati.
In Terrasanta i Pellegrini della Francigena hanno avuto finalmente una guida spirituale a tempo pieno per l’intero pellegrinaggio: sarà stato un dono della Provvidenza, ma don Lucio Malanca ha dato un significato e un valore particolare ai 19 giorni trascorsi insieme. Ha fatto salti mortali per partecipare al nostro pellegrinaggio e liberarsi dai molti impegni quale segretario di S.E. Mons. Italo Castellani, Arcivescovo di Lucca. Ci auguriamo che anche don Lucio porti nel cuore un ricordo caro di tutti noi. Ringraziamo sentitamente anche il Vescovo di Lucca che ci ha seguito costantemente nelle varie tappe del pellegrinaggio, impartendoci spesso la Sua benedizione in collegamento telefonico.
Un grazie sentito all’Amministrazione Civica di Altopascio e in particolare al sindaco Maurizio Marchetti e all’assessore Orazio Marconi che hanno presenziato con noi alle ultime cerimonie in Terrasanta, compresa la camminata da Gerusalemme a Betlemme e l’incontro con il sindaco cristiano di Betlemme, Victor Batarseh. In quest’occasione, c’è stata da parte di tutti una presa di coscienza dei problemi che angustiano le genti della Palestina: possano i voti di tutte le persone di buona volontà alleviare le loro sofferenze. Si deve inoltre ricordare che l’incontro tra le due Amministrazioni Civiche di Betlemme e Altopascio è stato reso possibile grazie all’iniziativa del nostro pellegrino e amico Marcello Bruni di Anagni.
Un grazie ancora ai quattro amici Loriano, Barbara, Angela e Marilena che si sono aggiunti negli ultimi cinque giorni ai nostri 51 pellegrini, e un grazie grande all’autista arabo Ahmad, che ci ha scortato per tutto il pellegrinaggio con il suo pullman: senza la sua professionalità, affetto e dedizione, non avremmo potuto riuscire nel nostro programma.
Per concludere, alla fine di questo cammino protrattosi nell’arco di tre anni, si ha la certezza di aver vissuto un’esperienza unica e irrepetibile. Un’esperienza che ci ha arricchito tutti e ci ha fatto diversi, come è emerso dal confronto generale che abbiamo avuto l’ultima sera trascorsa a Gerusalemme: questo miracolo è stato prodotto dal contributo di tutto il gruppo dei pellegrini e a tutti loro va la più sentita riconoscenza.

                                                                                          Renzo Malanca  

PELLEGRINAGGIO IN TERRASANTA

dal 22 ottobre al 9 novembre 2008

 

22 ottobre

Partenza per Israele

Partenza dall’aeroporto di Fiumicino, arrivo a Tel Aviv

Trasferimento al kibbutz in località Ga’aton (25 km da Akko)

 

23 ottobre

San Giovanni D’Acri (Akko)

Visita di Akko: cittadella crociata, bagno turco, moschea di Al-Jazzar, caravanserraglio, suq, chiesa di S. Giovanni Battista al porto

 

24 ottobre

Da Akko al monte Carmelo

Frontiera con il Libano; Haifa: visita ai Giardini Baha’i

Arrivo a piedi sul monte Carmelo: passeggiata fino al mare

 

25 ottobre

Dal monte Carmelo alla Galilea

Cana: Santuario Mediazione di Maria, rinnovo promesse matrimoniali

Arrivo a piedi a Nazareth: pozzo di Maria, Chiesa ortodossa di San Gabriele, Basilica dell’Annunciazione, Chiesa di San Giuseppe
Processione notturna nella Basilica dell’Annunciazione

 

26 ottobre

Da Nazareth al monte Tabor

Ascesa a piedi del monte Tabor, dal villaggio di Daburiya

Basilica della Trasfigurazione
Kibbutz religioso Lavi

Incontro con Guido, membro ebreo italiano del kibbutz

 

27 ottobre

Dal kibbutz Lavi alle Beatitudini

Corni di Hattin, discesa del Canyon di Arbel fino a Migdal

Tabgha: Santuario della Moltiplicazione, Primato di Pietro, Cafarnao

Arrivo e pernottamento al Monte delle Beatitudini

 

28 ottobre

Dalle Beatitudini a Sha’ar Hagolan

Tiberiade: Chiesa S. Pietro, gita in battello, Ygal Allon Centre (barca antica)

Lato est del lago, Alture del Golan, fiume Yarmuk, frontiera giordana
Yardenit, dove si tengono i battesimi collettivi sul fiume Giordano
Kibbutz laico di Sha’ar Hagolan

 

29 ottobre

Da Sha’ar Hagolan a Bet She’an

A piedi lungo la Jordan River Hwy, parallela al confine giordano

Fortezza crociata di Belvoir, sito archeologico di Bet She’an

30 ottobre

Da Bet She’an a Bitronot

Quasr el-Yahud, sul Giordano: Peregrinatio ad Flumen Iordanum

Monastero ortodosso di San Gerasimo

A piedi verso Bitronot (interruzione della polizia)

31 ottobre

Qumran e Gerico

Antico insediamento esseno di Qumran

Gerico: Monastero delle Tentazioni, sicomoro di Zaccheo

Incontro serale con Ahmad, il nostro autista arabo-israeliano

 

1 novembre

Masada e Mar Morto

Fortezza di Masada: ascesa lungo il sentiero del serpente

Bagno nel Mar Morto sulla spiaggia di Ein Gedi

Arrivo a Gerico: incontro con padre Feras

 

2 novembre

Gerico e Ramallah

Messa e incontro con la comunità cristiana melchita di Gerico

Trasferimento in minibus a Ramallah, fino al villaggio di Ein Arik

Incontro con i piccoli fratelli e sorelle dell’Annunciazione

 

3 novembre

Da Gerico a Gerusalemme

Monastero di San Giorgio in Kotziba, a piedi nel deserto di Giuda

 

4 novembre

Arrivo a Gerusalemme

Ingresso a piedi a Gerusalemme, da Betania: tomba di Lazzaro

Monte degli Ulivi: Chiesa del Pater Noster, Memoriale dell’Ascensione, Dominus Flevit, Tomba della Vergine, Getsemani, Basilica dell’Agonia

Ingresso alla città vecchia per la Porta dei Leoni

 

5 novembre

GERUSALEMME

Basilica del Santo Sepolcro: Messa nella Cappella dell’Apparizione

Città vecchia: Muro del Pianto, chiesa di Sant’Anna, via Dolorosa

Monte Sion: Cenacolo, Dormitio Sanctae Mariae, San Pietro Gallicantu

Serata della Sacra Rotula

6 novembre

Gerusalemme ed escursione a Betlemme

Spianata delle Moschee, Chiesa russa di Maria Maddalena

Visita allo Yad Vashem (memoriale dell’Olocausto)

Betlemme: Basilica della Natività, Messa nella Chiesa Francescana
Visita all’orfanatrofio di Les Amis de la Créche de Bethléem

 

7 novembre

BETLEMME

A piedi verso Betlemme (attraversamento del check point in pullman)

Visita al Monastére de l’Emmanuel e all’ospedale pediatrico

Cerimonia tra pellegrini, sindaco di Altopascio e sindaco di Betlemme

Via Crucis notturna lungo la Via Dolorosa

8 novembre

GERUSALEMME

Messa al Cenacolino

Processione al Santo Sepolcro insieme ai frati della Custodia

Passeggiata sui tetti e sulle mura, shopping

 

9 novembre

Rientro in Italia

Messa mattutina al Santo Sepolcro

Partenza in pullman per l’aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv
Arrivo a Roma e trasferimento a Lucca col pullman


Preparando la valigia…

Per questa terza esperienza, ero nell’attesa e nel timore. 
    Attesa di andare fino allo scopo della camminata che avevo cominciato nel 2006 con voi (una storia speciale che non ha il suo posto nello scritto di oggi). Attesa nel desiderio di andar fuori dal mio ambiente conosciuto, un po’ come andare a vedere al di là di quell’orizzonte che pure sono fortunata di contemplare ogni giorno. Attesa anche per la gioia di ritrovare un gruppo gioioso e simpatico: ci sono parecchi visi che mi ricordo bene! 
    Timore perché sono lontana, per la mia debolezza a comunicare in italiano… Questa volta, alla fine dell’estate, potevo misurare, nel profondo, ciò che si trattava sperimentare di essere “straniero in mezzo i suoi”. In questo senso, camminare in Terra Santa, su cammini percorsi da Gesù, in mezzo a un piccolo popolo di 51 pellegrini, come me talvolta credente, talvolta dubitante, ma toccato da Lui, questo era un regalo che non si può rifiutare.                                                                   Michèle

Il viaggio. Premessa.

Ateo = definizione di posizione ontologica di chi non riscontra (o non ammette neppure teoricamente) l’esistenza di alcun oggetto dotato di proprietà superiori, trascendenti o soprannaturali – privo di Dio –.

La dizione della parola mi suona ormai estranea, eppure era la mia serena condizione, diciamo circa diciotto anni fa… poi, un insieme di circostanze straordinarie e che superficialmente alcuni definirebbero casuali, mi hanno portato a conoscere una persona particolare, non una religiosa di “professione” ma, diciamo, una laica, che mi ha introdotto in un cammino “iniziatico”, durante il quale il tempo e la meditazione dipanavano un po’ la matassa di sentimenti, che credevo di non avere e che invece si facevano pian piano strada, cambiando il mio modo di pensare e di cercare delle risposte.

Diciotto anni fa, se qualcuno mi avesse proposto un pellegrinaggio in Terrasanta gli avrei sicuramente riso in faccia e quindi schernito, perché a quello mi aveva portato la mia pseudo educazione cattolica… a messa la domenica perché era un modo per uscire di casa, ad ascoltare parole a me vuote, ripetitive e un po’ buffe, di cui né capivo il significato (ed ero in buona compagnia) né alcuno si azzardava a spiegarmelo… tuttavia questo mi garantiva un buonissimo cono fragola e limone e ne avevo piena soddisfazione. Negli anni seguenti, in collegio, la messa era obbligatoria e il prete emetteva diktat… figuriamoci.

Ora ero pronto. Non so esattamente a fare cosa, ma ero pronto ad affrontare la Terrasanta, e quando mio fratello mi raccontò del gruppo (vagamente, perché non parla molto, ma è una cosa comune alla mia famiglia) e del pellegrinaggio, accettai senza indugio. Il fatto è che sia io, che la compagna della mia vita, avremmo voluto andarci… eravamo pronti.   …in VIAGGIO!                 [Stefano]                                                  


22 ottobre

Partenza per Israele

Siamo arrivati al mese di ottobre 2008.
     Io Pucci Celina sto preparando il mio viaggio in Israele. Sto pensandoci molto dato la mia età e mi sento preoccupata.

Ecco giunto il giorno della partenza. Mi accorgo di sentirmi triste, ma sono molto ostinata e parto. Arrivo a Lucca e appena mi incontro con tutti i “miei pellegrini della Francigena” mi sento rassicurata e felice e così inizia il meraviglioso viaggio: 
Lucca-Roma-Tel Aviv-Gerusalemme.


    
L’inizio. Si parte sempre con delle aspettative; immaginavo che il pellegrinaggio sarebbe stato scandito dai silenzi, dal cammino, dalla meditazione nei luoghi sacri, dalla preghiera intima e collettiva…
    L’impatto con il gruppo al terminal 5 dell’aeroporto di Fiumicino credo mi abbia fatto storcere la bocca… Chiasso, vociare, simboli religiosi ostentati, c’era perfino un prete! Dove sono capitato? Saluti, presentazioni e tanto calore da parte di tutti, meno che da me (scettico) e dagli universitari israeliani addestrati dal Mossad che ci facevano domande insidiose al check-in, anticipandoci fin da Roma un leggero antipasto di ciò che da un punto di vista sociale e politico ci attendeva in Israele. Cominciavo ad avere qualche dubbio...
    forse sarebbe stato meglio andarci da soli.

    L’arrivo. Quando piove, in un paese arido e caldo, durante un viaggio, normalmente si pensa:  “ma guarda un po’ che sfiga, arrivo io e piove pure in Palestina”… mi veniva un po’ da ridere sentendo i mugugni nel bus quando l’acqua, scrosciando, ci accompagnava all’albergo… però qualcuno lo riconobbe come un segno positivo, simbolico, ed io mi sentii meno estraneo… qualcuno la pensava come me. [Stefano]

Tel Aviv. Vento caldo (del deserto?), un enorme sole rosso cala dietro le scintillanti vetrate dell’aeroporto, poi è subito buio pesto. Pullman nella notte verso Akko: scruto il buio, alberi spettrali (senza nome) e grand’hotel, insegne al neon – stridenti: un posto qualunque.
     Cade una pioggia benedetta: la nostra guida lo dice, sorridente (studio i compagni di viaggio – diffidente? – ma questo viaggio è per imparare, e spero che ne sarò all’altezza); bramo un letto, e un ulivo.
    Arriviamo al kibbutz: un posto molto bello, un’antica fortezza crociata immersa in un lussureggiante giardino (tristezza di pensare ai palestinesi: fuori da questo lusso e questo rigoglio: nella terra che è loro). Vedremo.                                       [Angela]


ISRAELE

Paese del Medio Oriente, si estende lungo la costa del Mediterraneo e ha una superficie di circa 21.000 km2; confina a Nord con il Libano, a Est con Siria e Giordania, a Sud con il deserto del Sinai (Egitto).
Questo piccolo paese ha sempre avuto grande importanza nella storia dell’umanità.
All’incrocio di tre continenti e di tre grandi religioni: il Giudaismo, il Cristianesimo e l’Islam. Qui vissero i Profeti di Cristo; per i Giudei è la terra della Bibbia, simbolo delle glorie passate e della speranza del mondo futuro; per i Cristiani è la terra dove Gesù nacque e annunciò il Regno dei Cieli; per i Musulmani è il suolo sacro da cui il Profeta fu elevato al cielo.
Fin dai tempi antichi fu molto conteso dalla Mesopotamia, dalla Siria e dall’Egitto come luogo di passaggio e ha conosciuto rari momenti di pace. Sul suo suolo sono presenti le rovine delle più antiche civiltà.
Indichiamo alcune tra le date più significative che hanno segnato la storia antica di questa terra martoriata e del suo popolo. Riportiamo questa cronologia anche per evidenziare come il nostro cammino abbia percorso una parte fondamentale della storia dell’umanità.

Avanti Cristo

     9000: insediamento delle più antiche comunità urbane conosciute (Gerico)
1950 : Abramo lascia Ur dei Caldei e giunge nella terra di Canaan
1250: passaggio del Mar Rosso, vittoria di Giosuè e insediamento delle 12 Tribù
1025: incoronazione di Saul, primo re di Israele
1004–965: Regno di David, costruzione del Tempio da parte del figlio Salomone
965–930: scisma fra Israele (le 10 tribù del Nord) e Giuda
721: gli Assiri conquistano la Samaria, deportazione e fine del Regno del Nord
587: Nabucodonosor distrugge Gerusalemme e il tempio, cattività babilonese
539: Ciro conquista Babilonia, ritorno del popolo ebraico a Gerusalemme
334: Alessandro Magno conquista la Palestina
64: i romani conquistano con Pompeo la Palestina
39: Erode il Grande sconfigge i Parti invasori e regna in nome di Roma
4 o 1: nascita di Gesù

Dopo Cristo

     30 o 33: crocifissione di Gesù Cristo
66: rivolta degli Zeloti
70: il generale romano Tito spegne la rivolta e distrugge Gerusalemme
132–135: nuova rivolta dei Giudei; l’imperatore Adriano distrugge Gerusalemme e vuole sostituirla con una città pagana che chiama Aelia Capitolina
330–634: dominazione bizantina; con la conversione di Costantino, cresce l’influenza del Cristianesimo, vengono costruite chiese in tutto il paese
614: invasione persiana con massacro di molti cristiani e distruzione delle chiese
636: l’Islam conquista la Palestina e fa di Gerusalemme una città santa, la terza dopo la Mecca e Medina
1009: il califfo Hakim distrugge la chiesa del Santo Sepolcro; sarà l’origine delle crociate che per due secoli opporranno l’Oriente all’Occidente
1099: presa di Gerusalemme da parte dei Crociati e creazione del Regno Latino
1187: Saladino sconfigge i Crociati ai Corni di Hittin e segna la fine del Regno Latino
1291: caduta di S. Giovanni d’Acri.
1517: i Turchi conquistano la Palestina, che entrerà a far parte dell’Impero Ottomano.

                                                                                                                                              Ottimo Pioli e Aldo Mencarini

 

 

23 ottobre
San Giovanni D’Acri

Il primo giorno. Non descriverò tutti i giorni per ovvi motivi, ma il primo di essi è l’impatto, è il “buongiorno”, è l’inizio effettivo di un viaggio spirituale e materiale. Preghiera del mattino (giuro, la prima volta in vita mia), va  bene, sopporto e almeno mi faccio un’idea dei visi, dei modi… non siamo tutti, evidentemente non tutti sono ferventi cattolici. Il gruppo, come altri dissero in seguito, mi sembra davvero un’armata Brancaleone, pronta, come quella resa leggendaria dal film, alla crociata; niente male.
      La giornata passata ad Acco è una confusa miscellanea di visita turistica, storico e religiosa, in una città che a detta di qualcuno è una delle più belle e caratteristiche della Palestina (chiamo questa terra così perché Israele mi fa torcere le budella). A me in realtà sembra diroccata, sudicia e un po’ squallida, ma alla fine del viaggio concorderò… rispetto alle altre era bella, caratteristica e anche  profumata.
      Ci fermiamo a comprare della frutta, e mentre aspettiamo il ritorno degli improvvisati cambusieri osservo la popolazione che prende l’autobus alla fermata, per andare chissà dove, magari a casa… arabi musulmani e cristiani, ebrei, alcuni con le borse della spesa, altri con i bambini in braccio, e soldati… soldati non a plotoni ma a coppie o isolati, in uniforme e soprattutto armati, che osservo con deformazione professionale: 17 o 20 anni al massimo, fucile d’assalto Galil calibro 5,56 mm standard nato (copia israeliana del M16 americano), con doppio caricatore da 30 colpi cadauno, di cui uno inserito… è solo l’inizio ma è evidente l’assurdo contrasto di questa terra, che non mi risponde al nome di “Nazione”; al mercato di Acco, all’angolo dove stamani abbiamo sorseggiato una spremuta di melograno, riscaldati dal sole, una settimana fa  due palestinesi si sono fatti saltare in aria provocando una strage.       [Stefano]                                                                                               

Akko: bella, rilassata, popolare. Grandioso passato di guerre e crociate; ora sonnolenta (e i disordini della scorsa settimana?), trasandata: splendore e sporcizia, e un luminoso lungomare di mura.
     I piedi nell’acqua, inquietudine alla messa: ancora non ho capito il registro giusto di quest’esperienza, la chiave, la domanda: non so cosa aspettarmi, cosa chiedere – ma forse, l’ha detto il prete: non aspettarsi niente, disporsi in ascolto, in attesa. Questo è un tempo prezioso per me, devo riflettere sulla mia vita, capire la strada; e questa è: una strada. 
    E una strada che porta in un posto – cosa strana: finora le strade le percorrevo e basta, senza sapere dove portavano, per poi sorgermi il dubbio che finissero nel nulla, o nel deserto; e forse è questa la radicale novità di stavolta: la strada porta. E la meta non è una qualunque: Gerusalemme – ma cos’è Gerusalemme? “Se ti dimentico, Gerusalemme, si paralizzi la mia destra” (Salmo 136): cos’è dunque questa? [Angela]

24 ottobre

Da Akko al monte Carmelo

Ed ora comincia il vero pellegrinaggio. Partendo da Akko per il monte Carmelo siamo andati prima al confine con il Libano e alla frontiera abbiamo fatto delle foto con i militari libanesi. Attraversando Haifa, città moderna costruita su un bellissimo golfo, siamo arrivati sul monte Carmelo, “Il monte dei Profeti”. Al nostro arrivo un artista di strada ha suonato con la tromba Fratelli d’Italia e mi ha commosso. Dalla cima del monte che domina tutto il golfo c’è una visuale stupenda e di notte con il mare che risplende di piccole e grandi luci è ancora più bello. Pensare che Elia, uno dei più grandi profeti, è stato qui, anzi vi ha istituito la scuola dei profeti, è emozionante. [Bruna]

Haifa. Una città così brutta in Italia non esiste. Più tempo passa e più penso che il nostro sia il paese dell’armonia, e questa idea è suffragata dal fatto che di luoghi ne ho visitati tanti;  ad Haifa non ci fanno visitare integralmente  il tempietto di una per me sconosciuta religione, che mi prende a tal punto che non mi ricordo nemmeno come si chiama… non si passa, come se da noi chiudessimo il Vaticano per aprirlo solo ai cattolici.
     Sul monte Carmelo ci dà un gran bel benvenuto un trombettiere che suona l’inno di Mameli e altre canzoni italiane… naturalmente non è un indigeno, ma è russo. Il Carmelo è un’oasi di pace nello sfacelo cittadino e la grotta di Elia (sepolcro) mi impressiona, anche perché riesco a visitarla in solitudine… perché questo gruppo non medita in questi luoghi? Per ora mi sfugge, pian piano capirò. [Stefano]

Primo (caotico) spostamento a piedi: più che pellegrini sembriamo l’armata Brancaleone. Ma forse anche qui c’è un processo di avvicinamento: entrare poco a poco nello spirito del pellegrinaggio –abbandonare le euforie facili, le distrazioni dall’essenza, i fronzoli. Altra notte insonne: a che penso? I pensieri mi girano in testa, e mi perdo. Forse devo fare silenzio. E ascoltare: la voce che parla nel deserto. Forse le mie molte – troppe – domande non sono quelle giuste; forse eludono, e mi distolgono da quell’unica: che giace, silenziosa e sola, da qualche parte e aspetta, che io mi chini su di lei, a svelarla (c’è uno sguardo che tace, lì sotto). Magari incontrerò di nuovo Cristo, per queste strade? del resto sarebbe logico (la gente ci viene apposta!), ma non lo credo; o forse lo incontrerò in una brezza leggera, come il profeta Elia? Qua invece c’è un vento vigoroso di mare: siamo ad Haifa.
     Israele per ora è un abbozzo abbastanza sfocato e generico: mar Mediterraneo – il nostro! – e relativa macchia (lecci, ulivi, capperi, fichi d’India, agavi, grandi contorti carrubi), terra rossa e arida (non cresce un filo d’erba: se gli ebrei non la tirassero fuori a forza con quintali d’acqua), e poi qualche tocco esotico: avocadi, banani, datteri, pompelmi, melograni. Ma non è l’esotico che mi interessa, stavolta: e allora cosa? Cosa cerco (lo scoprirò soltanto dopo?).
   Il clima è sereno, non pare ci sia alcuna guerra. Ma poi tracce disseminate: elicotteri, radar, militari (in giro, come a passeggio); certi sguardi – amari e miti (il nostro autista!), o irosi – degli arabi; stamani un gruppo sparuto di donne (in nero) che protestavano contro l’occupazione. E poi siamo stati alla frontiera con il Libano: terribilmente chiusa. È una terra terribile, questa, che neppure mostra il suo dolore (o son io distratta?); ma vedremo altrove: nei Territori, nelle campagne – per ora zone troppo urbanizzate, anonime: aspetto l’anima, la verità, la vita (quando scatterò la prima fotografia?).                                    [Angela]

25 ottobre

Dal monte Carmelo alla Galilea

Oggi è stata una giornata intensa e movimentata. Lasciato il monte Carmelo ci siamo avviati verso Cana, il luogo in cui Gesù per la prima volta diede un segno tramutando l’acqua in vino a un banchetto di nozze.
     Giunti nella piccola chiesetta don Lucio ha celebrato per le coppie presenti una semplice ma sentita cerimonia di rinnovamento delle promesse matrimoniali. In una stanza accanto alla chiesetta sotto una campana di vetro c’è una giara di sasso, e io e Amedeo abbiamo detto un padre nostro tenendoci per mano per ringraziare il Signore di averci fatto incontrare, sposare ed essere insieme felicemente da 36 anni, avere una famiglia stupenda ed essere in questo posto meraviglioso.
     Poi via per Nazareth con un susseguirsi di emozioni: la piazza degli scribi, la chiesa greco-ortodossa, la chiesa dell’Annunciazione, la chiesa di Giuseppe e della Nutrizione. Visitando i ritrovamenti archeologici e passando dove probabilmente c’era l’antico paese di Nazareth, mi immaginavo di vedere un pargoletto biondo che saltellava per quella piazzetta giocando con altri bambini. Quel bambino era Gesù.
    Un altro momento speciale in questo giorno è stato quando la sera sulla piazza della Basilica abbiamo partecipato a una fiaccolata recitando il rosario e contemporaneamente si sentivano dai minareti delle moschee i muezzin che chiamavano alla preghiera.

    Avrei ancora tante cose da dire, ma sono stanca e vado a dormire.                     [Bruna]

Cana e Nazareth. Pellegrinando a piedi le sensazioni si acuiscono e si ha il tempo per vedere e pensare; attraversare Cana e Nazareth mi trasmette  la solita sensazione di contrasto: da una parte sudiciume, gas di scarico ed edilizia sconcertante, dall’altra arabi sorridenti che ci salutano strombazzando dalle loro carrette al nostro passaggio; i guidatori e i passeggeri delle auto più lussuose non salutano e non strombazzano… che siano ebrei?
    La fonte Mariana e la sorgente  destano in me  grande impressione e anche la fiaccolata della sera, però si fa strada un dubbio, cioè che questi luoghi sacri interessino solo ai cristiani, ovvero che ai fedeli di altre religioni non gliene freghi  nulla… è una sensazione mai provata… io mi emoziono anche  in un luogo sacro del neolitico.                      [Stefano]

Nazareth. Sono stata, finalmente!, a casa della Madonna: ma lei non c’era. Nazareth cupa nel mio cuore: caotica, volgare, affatto mistica (come poter immaginare che qui: c’era la casa di Gesù?). No, lei non c’era: non l’ho sentita passare col suo passo lieve, di veste lunga, niente mi ha toccato le spalle, qui. Una torturante inquietudine, vicina al disgusto – la processione poi, che cosa terribile: quell’assieparsi di vacui fedeli a fare un’esperienza mistica da quattro soldi, dimenando le candeline come a un concerto pop; ma forse, non dovrei giudicare.
    Ma poi: c’è sempre un poi, e sono grata a don Lucio che ha voluto donarcela: la piccola sorella. Un’immagine bella, che ha consolato (e punto) la mia anima. Era lei la Madonna che mancava?                                                  [Angela]

26 ottobre

Da Nazareth al monte Tabor

Oggi al monte Tabor: il monte della trasfigurazione di Gesù.
    Arrivare quassù è stato abbastanza faticoso: una discesa ripida e franosa prima, poi una salita ripida e lunga. Nella discesa siamo passati sotto il monte del precipizio, il luogo da cui volevano gettare Gesù i suoi paesani.
    Monte Tabor luogo bellissimo e suggestivo dove ho respirato aria pura e mistica. Ci siamo riuniti in un posto in disparte e don Lucio ha letto una pagina di Vangelo che poi abbiamo meditato nel silenzio che ci circondava. La chiesa della Trasfigurazione è molto bella, ma la natura che la circonda è spettacolare, e qui ho sentito che veramente Gesù c’è stato e c’è.
    Dopo la celebrazione della S. Messa abbiamo parlato telefonicamente con il vescovo di Lucca Italo Castellani che ci ha dato la benedizione.                                                                                                                        [Bruna]

La svolta. Saliamo sul monte Tabor; finora  non abbiamo camminato granché e percepisco perciò delusione da parte del gruppo che vorrebbe muoversi di più… comincio a capire che per entrare nel gruppo ognuno dovrà fare passi sia in avanti che indietro, e accomunarsi.
   Sul Tabor, dopo una bella salita, c’è la basilica della Trasfigurazione,  un luogo di grande intensità, e di fatto succede qualcosa di straordinario. Alle ore 12 ai frati della Custodia della Terrasanta “cade la penna”, chiudono per il pranzo e vietano la celebrazione della messa nella basilica; il nostro sacerdote si infuria e devo dire che da quel momento è cominciato a piacermi, e come spesso succede in questi casi,  si chiude una porta e si apre un portone.
   Andiamo nel bosco in minaccia di pioggia e lì ascolto le sue parole, più profonde; poi sorprendentemente veniamo guidati in un rilassamento e in una meditazione profonda, cosa che è un piacere per me, perché quel luogo, come tanti altri che vedremo, ritengo che così possano essere avvicinati nel migliore dei modi… 
  Torno indietro di 18 anni, quando questo mi veniva insegnato. Poi, la messa tra i ruderi e gli alberi di pepe è stata molto bella. Mi emoziono e per la prima volta tutto ha un senso.                                                             
[Stefano]

Monte Tabor. Giornata densa, intensa e aspra e forte. Prima la frustrazione del cammino mancato: ulivi dietro al finestrino. Poi il cammino angustioso: il fastidio per i compagni di viaggio, il posto è così mistico e bello, la confusione, il vocio, il passaggio frenetico dei pulmini, che peccato!; vorrei esser sola.
   Il fatto è che non sono serena: ho una cupa pietra sul cuore (dove sto andando?). Ma poi qualcosa all’improvviso mi si rivela: il padre nostro in aramaico – da quanto tempo non prego? –; e alla fine ci riesco: a pronunciare quel suono profondo e caldo come un abbraccio, che non si spegne sulla lingua (perché l’unica preghiera, è senza comprenderla?). Poi l’arrivo, e il malinteso, i frati che ci negano l’accesso, il malumore, il disagio; e io in pena, e il posto è così bello! (per un attimo, in quella scabra chiesa, con il povero altare lì solo nel mezzo: un silenzio miracoloso).  Poi il pranzo: già riempire la pancia aiuta, a guardare con più indulgenza il prossimo; e poi la pineta: quieta, solitaria, meravigliosa – la bellezza mi placa, e mi consola. E c’è un cielo cupo che pare il volto accigliato di Dio: che tuona la sua presenza, e ci bagna con gocce ammonitrici di pioggia – le parole delle nostre guide sono fonde, scavano solchi e gettano semi nella terra; la meditazione lì seduta su aghi di pino che bucano la calza, e all’improvviso sono felice: Signore ti ringrazio.
   Spunta il sole e mi carezza. Io separata e divisa, sul bilico della strada, non posso: essere con voi, né contro di voi (né credere, né negare: Dio continua a tacere). Ma il ritorno è lieto, finalmente.                                   [Angela]

 27 ottobre

Dal kibbutz Lavi alle Beatitudini

Il kibbutz. Finalmente in un kibbutz. Ammetto la mia ignoranza ma me lo aspettavo davvero diverso; immaginavo contadini cotti dal sole e soddisfatti del loro lavoro che sorridevano sotto cappelli di paglia.
    Il loro albergo è lussuoso, almeno per questi luoghi, ma tetro di vetro e cemento, e tetro è Guido, ebreo sionista, che ci espone il senso della loro vita lì. In altri posti questi esperimenti marxisti della più becera socializzazione  sono crollati miseramente. Qui si reggono solo grazie alle iniezioni di dollari provenienti dall’estero e per il favorevole e discriminatorio regime fiscale di cui godono. Nonostante ciò e nonostante gli sforzi di Guido di farcelo apparire come una figata, si percepisce che è un mondo senza futuro, perché i giovani si allontanano, stufi, da questa prigione. I kibbutz, nonostante i suddetti vantaggi economici, stanno chiudendo; su ciò non verserò una lacrima.                                                                                                                       [Stefano]

Si parte a piedi dal kibbutz: piove. Allevamenti di mucche ed enormi campi arati, terra nera, fertile. I Corni di Hattin, un pianoro solitario tra due bastioni: ultima fatale battaglia dei crociati contro il Saladino, perirono 20.000 cristiani, e 30.000 imprigionati (erano tempi atroci, quelli – come i nostri? –, cent’anni prima i crociati avevano raso al suolo Gerusalemme, e trucidato 40.000 abitanti). Colgo olive grosse e rugose. Una bella mulattiera fangosa tra gli ulivi: e pare d’essere in Garfagnana. 
    Ma poi lo scenario cambia, ed è subito Messico: Canyon di Arbel, un magnifico barranco di roccia rossa calcarea, pareti verticali bucate da grotte paleolitiche. Scendiamo un sentiero petroso, fra fiori secchi e grandi alberi dalle bacche rosse invitanti: c’è il sole. Questo è il sentiero che percorreva Gesù scendendo da Nazareth al lago di Tiberiade: e nulla è cambiato, da allora, manca forse solo qualche capra, adesso, e i pastori. Prendo una pietra tonda e acuminata: utensile preistorico?
   Pranziamo sotto un grandioso eucalipto dalle larghe braccia nude e levigate (il mio primo vero eucalipto!). Poi si riparte baldanzosi verso il lago, e il temporale ci coglie: con raffiche di vento, una pioggia gelata. Risaliamo fradici sull’autobus: anche questo è il cammino; e non ci se ne duole (che differenza con le frustrazioni meteorologiche delle vacanze!).
   La chiesetta di San Pietro: tutta di pietra nera, costruita sulla roccia, in riva, finalmente!, al lago di Tiberiade. La spiaggia è nera e acciottolata, Renzo e Giovanni danno il via all’euforia: levarsi scarpe e calzini e i piedi nell’acqua, tepida e torba, dolcissima sulla pelle arsa: acqua benedetta; e un dolce scenario di rive brumose, nuvole dense e un raggio di sole, sulla sponda opposta. Qui Cristo predicava (ai pesci?).                                                                                      

Hittin

Questo piccolo villaggio, come molti villaggi palestinesi d’altra parte, aveva una grande storia. Fu infatti nei suoi pressi che il 4 luglio 1187 le armate crociate subirono la loro decisiva sconfitta da parte del Saladino, una sconfitta che segnerà la graduale fine del Regno Latino di Gerusalemme. Ma il grande valore storico del villaggio non lo salvò dal suo destino. Dopo l'espulsione dei 1200 abitanti fu raso al suolo. Questa foto degli anni trenta ne tramanda l'immagine prima della sua distruzione. Ora solo il minareto della moschea è ciò che resta del villaggio                                                                                                                                                                                            [Franca]

Stamani appena alzati minacciava pioggia, ma poi è spuntato il sole e siamo partiti. La strada percorsa in mezzo alla natura era fangosa per la pioggia notturna, e il fango si attaccava alle scarpe rendendole pesanti. Siamo saliti al colle di Hattin, un luogo spoglio e brullo dove è avvenuta la cruenta battaglia in cui Saladino vinse i crociati. Poi ci siamo avviati verso il lago di Gesù, passando per la gola di Arbel: in questo posto suggestivo mi piaceva pensare che di lì ci fosse passato Gesù.
      Un piccolo ristoro e poi ripartiti attraverso piantagioni di pompelmi, aranci e banane, e qui ci ha sorpreso il temporale riducendoci a pulcini. Se è vero che l’acqua è purificazione, noi siamo tutti immacolati.
     A notte siamo arrivati al Monte delle Beatitudini, dove Gesù fece il Discorso della Montagna, una delle pagine più belle del Vangelo. Da quassù in piena notte sotto di noi uno spettacolo affascinante: Tiberiade tutta illuminata riflette le sue luci sul lago rendendolo dorato e stupendo. Non riesco quasi ad avere emozioni da tanto che sono incantata.                                              [Bruna]

28 ottobre

Dalle Beatitudini al kibbutz Sha’ar Hagolan

Beatitudini. La collinetta da cui Gesù predicò le otto beatitudini: i poveri in spirito (che vorrà dire? ho saltato una messa, forse la più necessaria), gli afflitti, i miti, gli affamati di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati. Le sovrastrutture religiose soffocano e distruggono ogni luogo sacro, e ne spengono la luce (com’era bella e mistica la collina di Medjugorie: e che ne sarà tra qualche anno?); ma qua ancora splendidi i grandi alberi sulla cima: dei tempi di Gesù?
     Scendiamo a Tiberiade: una chiesetta cattolica quasi clandestina, e una moschea del ’700 completamente abbandonata; gli arabi sono fuggiti – o meglio, son stati cacciati – tutti nella guerra del ’48, e Tiberiade è rimasta una roccaforte ebreo-ortodossa.
     Gita in battello sul lago: sotto una pioggerella fina e misteriosa, l’orizzonte una bruma rischiarata da improvvisi sprazzi di luce; il vento mi lava. Ci fermiamo in mezzo al lago, a motore spento, il rollio dolce del battello; ed è facile pensare a Gesù: che si faceva portare a largo, per parlare con Dio e coi demoni, e guardava il mondo degli uomini da lontano. Mi sono sentita felice e benedetta (come sempre in barca).
     E poi l’abbiamo vista: la barca miracolosa, bellissima, sopravvissuta a due millenni di storia, sepolta nel limo del lago come in un tiepido abbraccio; grande e poderosa, costruita da mani sapienti e nodose di falegname di campagna. Bellissima: barca che sembra fatta apposta per caricare reti colme di pesci argentati, o Cristo con tutti i discepoli. Bella, fatta di tanti legni diversi ed esotici (come vorrei conoscerli tutti, gli alberi – e conosceremo il sicomoro! – ogni nuovo albero che incontro: è un amico, un padre, un fratello). 
     Poi facciamo il giro del lago, in pullman, passiamo sull’altra sponda, quella rubata alla Siria (perché: quel che si conquista con la guerra, non è forse una rapina?): le splendide Alture del Golan, brulle, austere, rossicce, petrose; in violento contrasto con le lussureggianti e artificiali piantagioni israeliane, lungo la riva (la politica di Israele è: rubare l’acqua). Il contrasto tra verde e secco è costante in questa terra, simbolico forse d’una concezione del mondo e della vita radicalmente diversa (pragmatismo ebreo vs. fatalismo arabo?).
     E infine, la pantomima religiosa: i battesimi rituali nel fiume Giordano – fedeli esagitati in camicioni fradici tra turisti curiosi e puzzo di stallatico; il lato grottesco e triste della religione di massa (e io vorrei tornare a farne parte?). Ma forse, neanche qui, dovrei giudicare?                                                                                                                                       [Angela]

 

Yardenit. Paese di contrasti. Però non ci si aspetta che un luogo come questo, sul Giordano, a sud del lago di Tiberiade, dove si presume sia stato battezzato Gesù, sia confuso in un’atmosfera di mercanteggiamento; se poi si scopre che a gestire tutto è un kibbutz, quindi ebreo, il contrasto si amplifica. Tuttavia lo prendo come un segno, del resto è solo un po’ più eclatante di quello che la chiesa combina o lascia combinare anche da noi. Questo però provoca un’infuocata discussione che ci fa riflettere.           [Stefano]                                                   

29 ottobre

Da Sha’ar Hagolan a Bet She’an

Oggi giornata difficile, greve, opaca: già al mattino inspiegabile il mio malumore; lasciamo il kibbutz tra piantagioni di banane. Il paesaggio israeliano è claustrofobico e artificiale: verde smaltato in mezzo al deserto arso, geometrie asfittiche, cancelli, reti, fili spinati, aiuole improbabili, piante esotiche (portate da dove? – c’è un albero dalla corteccia spinosa come un animale preistorico, dai grandi e soavi fiori bianchi, che ho visto una volta sola, in Messico – qui è confluito il mondo, col suo carico di ricchezze e miserie), silenzio, quiete (dove sono le persone? cosa fanno, in queste atmosfere rarefatte e vuote? non c’è neppure un cinema!), qualche donna in bicicletta (col casco da ciclista sopra al fazzoletto rosso da contadina: grottesco connubio di modernità e tradizione; e Israele è questo!), una ragazza in motorino, e poi nulla: zona di frontiera, un far west sterilizzato e sterile, senza vita (e senza speranza: che futuro è possibile per una società come questa? che fa del recinto le sue fondamenta – l’antica mentalità del ghetto, che non li abbandona?).
    Poi il paesaggio si fa più solenne, con la strada dritta lungo colline riarse (il deserto, finalmente!), e il Giordano una striscia verde e sfuocata in lontananza, la Giordania una catena austera di montagne all’orizzonte. Camion che sfrecciano, e noi come una mandria dispersa.

Fortezza di Belvoir. Roccaforte crociata, diroccata, ma ancora imponente: i muri enormi, gli archi, le volte, la pietra nuda e solenne, qualche salone semintatto dà la misura di cosa poteva essere aggirarsi per quelle sale; e il gigantesco spaventoso fossato (quanti soldati vi sono morti, d’orribile morte?). In un luogo di grande bellezza e quiete. A un tratto la foschia si dirada, e appare il Monte Tabor in lontananza. Una montagnola rotonda e isolata nella pianura, miracolosa, fitta di un verde cupo di bosco odoroso, con l’ombra bianca e fuggente della basilica in cima (ecco la meta!).
    Poi le grandiose rovine di Beit She’an: un anfiteatro quasi intatto, maestoso viale fiancheggiato da gigantesche colonne (pare quasi che a quei tempi dovessero esserci dei giganti; noi turisti invece: pulviscolo d’uomini). E una collina rossa e scabra che sovrasta: quella solenne distesa di macerie biancheggianti. Un albero solitario e nudo sulla cima (pare il vecchissimo albero sulla collina della mia infanzia: caduto l’anno che me ne sono andata; e non l’ho ritrovato ad aspettarmi): è l’albero del pellegrino, dice la guida. Volevo salire sola, a rendergli omaggio, ma è anelito abusato: l’albero è logoro, di tante mani.                                       [Angela]

Finalmente il sole e si parte camminando attraverso piantagioni di banane e palme da datteri: siamo nella valle del Giordano con alla nostra sinistra la Giordania. La prima fermata è al castello di Belvoir, ma arrivati sul posto acqua a catinelle; e poi dicono che in Palestina non piove mai o pochissimo. Noi tutti i giorni, e sono otto, abbiamo avuto la nostra benedizione.
    Il cammino continua e si arriva a Beit She’an, i resti di un insediamento romano molto suggestivo: chiudendo gli occhi mi sembra di veder passeggiare lungo il viale consoli, vestali e soldati dell’antica Roma.                                                                                      [Bruna]

Beit She’an

Beit She’an è una delle più antiche città della Palestina, fu fondata 5.000/6.000 anni fa ed ebbe in seguito molti conquistatori, tra cui gli Egiziani (3.500 anni fa) e i Filistei, e fece parte dei regni di Davide e Salomone, per venire infine distrutta in un incendio, apparentemente per mano del re di Assiria (732 a.C.). Ricostruita come città ellenistica intorno a 2.300 anni fa, e rinominata Scythopolis, nel successivo periodo Romano si espanse, raggiungendo l’apice della sua ricchezza nel V secolo, epoca in cui contava 30/40mila abitanti.

Nell’area settentrionale si trova la collina Tel Beit She’an, che si erge maestosamente tra le rovine romane e della città cristiana che succedette. Percorrendo le antiche strade, si rimane stupefatti di fronte alle colonne crollate nel terremoto del 749 d.C., rivelanti la ricchezza e magnificenza della città, che si estendeva su di un’area di 370 acri: possiamo ancora vedere le rovine del muro che la circondava.

Tra i resti archeologici sono visibili alcuni imponenti edifici, tra cui un teatro ancora utilizzato per spettacoli ed eventi, un bagno pubblico, il più grande ritrovato in Israele, due magnifiche strade colonnate, un tempio romano, una monumentale fontana decorativa, un’ampia basilica che segna il centro della città e il mosaico restaurato in cui potete ammirare la dea romana della fortuna, Tyche, che porta la cornucopia.

Dopo la conquista araba retrocesse allo stato di piccola cittadina, fino alla riscoperta, in epoca recente, della sua passata importanza.

                                                                                                                                           Ottimo Pioli e Aldo Mencarini

30 ottobre

Da Bet She’an a Bitronot

Stamani mi sono alzata agitata e ansiosa perché andiamo sul Giordano presumibilmente nel punto dove il Battista battezzò Gesù.
     La cerimonia è stata bellissima e grandiosa con la partecipazione di molte persone. La Santa Messa è stata celebrata in varie lingue e io ho sentito grande unione fra i presenti. Appena scesa dal bus un groppo di pianto mi ha stretto la gola e le mani hanno cominciato a tremare, poi piano piano è passato. Questo momento lo aspettavo da tempo perché già da casa sapevo che mi sarei emozionata.                                                                                                                                                                                             [Bruna]

Il battesimo. Linea di confine. Processione, messa sotto un tendone arabeggiante, fascinoso luogo ipotetico del battesimo di Gesù, colorati e multietnici gruppi cattolici che celebrano il rinnovo del battesimo, sotto gli occhi dei soldati israeliani, in un corridoio sminato, sotto gli occhi dei soldati  giordani; fotografo dei turisti cristiani sulla sponda giordana che fotografano noi che siamo sulla sponda israeliana. Se si farà un ponte  per unire i due paesi sono sicuro che si farà qui.                          [Stefano]

Giornata leggera e lieta. Si va in pullman verso sud: il paesaggio desertico, solitario, imponente. Fino al fiume Giordano – che ahimè è una pozza di fango – dove Giovanni Battista battezzò Gesù: ora zona di frontiera, presidiata dall’esercito, reticolati, campi minati, installazioni militari, bunker spaventosi che da lontano paiono montagne di rifiuti (spazzatura anche quella, la peggiore degli uomini). La processione dei fedeli (dietro di noi un gruppo di indiani che cantano soavemente in inglese) sfila tra la polvere e il filo spinato: il sole brilla alto, e brucia, per la prima volta in questo viaggio (è il segno di un nuovo inizio: l’ingresso al regno arduo e veridico del deserto). Messa multilingue sotto un tendone in mezzo al niente: in una bella atmosfera di pace (tra campi minati!). Siedo sotto una palma, mi sento felice: c’è il sole, c’è il deserto (e la polvere del Messico!), le voci si sovrappongono, remote e arcane (non capire mi dà sollievo, alleggerisce la pena del non credere), canti in lingue ignote; e l’ombra della palma mi accoglie, mi protegge.

Monastero di San Gerasimo: eremita che viveva nel deserto (anno 445, epoca della Grande Chiesa – e prima dello scisma i santi sono di tutti!), in compagnia d’un leone, che quando lui morì rimase sulla sua tomba, e si lasciò morire – il leone a quei tempi era simbolo del male, e domarlo era segno di grande grazia, come San Francesco col lupo. La chiesetta è molto bella. Le chiese ortodosse hanno un fascino speciale, come fossero più intime, così trasandate, più vere (quasi il retrobottega polveroso e accogliente d’un vecchio antiquario: che sonnecchia in un angolo, e non ci bada: puoi star lì a curiosare, e respirare quell’odore antico e solenne), forse per via del sovrapporsi caotico e asimmetrico di dipinti e icone, un guazzabuglio di santi e madonne, per ogni gusto e predilezione, messi lì ad altezza d’uomo quasi a intercettare una preghiera, che si posa sul volto ieratico dell’eremita, e poi scivola via silenziosa, dalla porta aperta.
      I monaci ci offrono una ciotola fumante di zuppa d’orzo, con focacce calde e datteri (che differenza dai rozzi e scortesi francescani del Tabor: la chiesa cattolica ha perso, proprio qui!, l’impronta evangelica?), nella bellissima sala del refettorio, invasa da una misericordiosa penombra.
     Infine ci mettiamo a camminare: nel sole, nel vento, nel deserto; sono contenta. Ma agli ultimi chilometri dalla nostra meta – una guest house surrealmente perduta in mezzo al nulla – la polizia ci blocca: un elicottero ci ha intercettato, e quella è zona militarizzata, di frontiera, la cosa non è stata autorizzata, non si può proseguire per la strada. Risaliamo sul pullman.          [Angela]                                                             

Gli uccelli.

I giorni scorrono, i luoghi si susseguono e sta per apparirne uno che difficilmente dimenticherò.
     Valle del Giordano, scendiamo dal bus e camminiamo sulla strada che corre parallela al fiume, e parallelo c’è anche il confine, la recinzione, la pista percorsa dalle pattuglie israeliane a bordo degli Hammers (camionette made in USA), i campi minati, il deserto. È affascinante, diverso  dall’anonima “normalità” della Galilea: stiamo entrando nel cuore della Palestina.
    Dopo esserci fermati a ristorarci presso una baracca fatiscente dove vendevano frutta e acqua,  due ebrei ortodossi ci hanno chiesto chi fossimo e cosa facessimo, e salutatili dopo qualche km la polizia ci ha intercettato e ci ha costretto a utilizzare il bus per tutti gli spostamenti; non credo gli interessi del nostro pellegrinaggio. Come dice padre Feras, parroco della comunità cristiana di Gerico, in quella città si fermano solo gli uccelli, che volano sul Giordano per le loro rotte migratorie; aggiungo che gli uccelli sono gli unici liberi di andare e venire, fermarsi e ripartire… gli uomini no.
    Arriviamo a Bitronot, ed è un luogo allucinante e affascinante…. una ex base militare, poi forse una colonia per i figli dei militari, poi forse un tentativo di agriturismo, tutto fatiscente, sudicio e malandato… Ci consoliamo con la piscina, la sauna e l’idromassaggio, perché tuttavia Bitronot è un’oasi nel deserto, ed è piena di colorati e chiassosi uccelli… e per un po’ lo siamo diventati anche noi. [Stefano]                                  

È un pellegrinaggio a singhiozzo, il nostro: qualcuno protesta, la frustrazione serpeggia, e si stenta a entrare nella dimensione giusta – arrivare stanchi, sudati, col deserto negli occhi, dopo una giornata di cammino, in un posto: è un’altra cosa. Ma questa è la nostra strada, e dobbiamo prenderla così com’è; e forse anche questo vorrà dire qualcosa. Che non siamo qui forse a fare un’impresa epica (una crociata?), ma un cammino vile, quotidiano, accidentato, fatto di momenti alti e altri minimi. Il cammino della vita: la metafora che mi serviva?

    Bitronot. Cani abbaiano nella notte. E i grilli. Siamo nel cuore di un magnifico deserto; e neppure ce ne accorgiamo. Questa notte è dolce e quieta. Esser qui nel deserto, in Palestina: è un mistero troppo grande, che non potevo sospettare. Questa terra è davvero speciale.     [Angela]

31 ottobre

Qumran e Gerico

Qumran. L’insediamento degli antichi esseni: la comunità dei “figli della luce”, ebrei radicali, al tempo di Cristo, rifugiatisi tra le aspre montagne per mantenersi puri (un’ossessione per la purezza esercitata in continui lavacri; e in mezzo a un deserto senz’acqua!), per dedicarsi allo studio delle Sacre Scritture (qui sono stati ritrovati i più antichi rotoli del Vecchio Testamento, e alcuni vangeli apocrifi), e prepararsi all’ultima battaglia (l’Armageddon della Bibbia – che è qua da qualche parte –, o la guerra contro i romani? gli ebrei come popolo eletto non potevano accettare d’essere sottomessi, e invece la casta sacerdotale del tempo si era compromessa con gli invasori, per questo gli esseni si erano rivoltati).
     Il posto è magnifico: un altopiano spaccato da profonde gole, pareti impervie di roccia rossa su cui si aprono gli occhi cavernosi di grotte inaccessibili. Un sentiero franoso s’inerpica lungo la parete, gruppi di alpinisti scendono fino alla base del torrente – lo wadi, che ha scavato quelle gole, ormai secco; ma quando piove sono improvvise inondazioni.
     Puntini colorati si agitano tra rocce impervie, vicino alla bocca di una caverna: che pena non poter andar lassù! (cosa sarà andare in alto che ti riempie il cuore di qualcosa di grande: di Dio?). Con la mamma ci arrampichiamo fino a una piccola grotta – piccola consolatoria meta. Di là dall’ampia voragine del fiume prosciugato (pare prosciugato da secoli, che l’acqua anzi non l’abbia mai conosciuta: in questi posti l’acqua è davvero miracolosa), le povere rovine dell’insediamento esseno, precariamente poggiate sul bordo dell’abisso (la precarietà dell’uomo: gli eremiti la scelgono, noi ne proviamo una fuggevole ebbrezza – da turisti dello spirito – che non riesce a sommuoverci?). Viene voglia di restare qui – piantare tre tende –, e aspettare il gigantesco silenzio della notte.
     Ingresso a Gerico: polverosa, trasandata, ferita. Circondata da campi devastati: capanne diroccate, terra smossa, arsa, cumuli di pietre, e qualche raro albero spelacchiato, che pare il triste sopravvissuto a un massacro. Gli israeliani quando se ne sono andati hanno sradicato tutto, lasciando agli arabi una terra umiliata: perché tanta gratuita crudeltà contro la natura, la natura che è vita? L’immagine di guerra più terribile e eloquente – e ce ne sono qui di case crivellate, come in Bosnia! – è stata per me stamattina: quelle palme straziate e decapitate nella luce tersa dell’alba, intorno ai bungalows della nostra pretenziosa e triste guest house; e la piscina azzurra di fronte alla sala biliardi massacrata, pare una crudele farsa – non si sa cos’è sopravvissuto alla guerra, o cos’è stato ricostruito (con quale logica?) in mezzo alla rovina: chi potrà bagnarsi in una piscina con dietro quel tragico sipario di guerra? eppure proprio noi: che posiamo i nostri scarponi sulle ferite aperte di questa terra.
     Qua il cammino esigerebbe un continuo rituale di lutto: questa terra grida (vendetta? e intanto deve scontare una vendetta più antica: la diaspora, e poi lo sterminio degli ebrei; terribile che la sofferenza non si plachi, e continui a insanguinare la terra), che eppure è così bella! Non riesco a uscire da questa contraddizione: godere della bellezza, e non poter gioirne, perché la morte è dappertutto, qui, e la vita umiliata (basta vedere gli sguardi spenti della gente, a Gerico: città senza speranza?).

    Altra meta impervia: il Monte delle Tentazioni, magnifico monastero ortodosso che pare scolpito sulla parete inaccessibile (ma ci arriviamo in funivia!) che sovrasta Gerico. Giunti in cima attendiamo davanti a una porta ostinatamente chiusa. Infine il monaco aprirà – per i testardi canti dei pellegrini, o per ingiunzione del perentorio prete ortodosso, stretto nella sua veste nera come un tetro vessillo – e resterà sconsolato in un angolo, ad assistere all’assalto dei ferventi turisti della fede (cos’è sacro?).                        [Angela]

Il pope.

Di punto in bianco ci ritroviamo sul bus, anziché a piedi,  alla volta del Monte delle Tentazioni; siamo in tanti sulla scalinata che porta al monastero ortodosso che contiene la rupe delle tentazioni. È chiuso, ho il tempo di osservare Gerico dall’alto, e c’è qualcosa che vedo ma che non riesco a mettere a fuoco… ecco, sono gli orti di guerra,  i “giardini di casa” coltivati nel centro cittadino,  evidentemente irrinunciabile sostegno  per questa enclave palestinese; dimenticavo quasi che per entrare in città abbiamo dovuto superare un check-point, controllato da soldatini israeliani poco inclini al sorriso. L’attesa si allunga, il vecchio pope non apre e allora si innescano canti tra il nostro gruppo e gli altri presenti… e il pope ultranovantenne, faticosamente apre!                                                                                   [Stefano]

Colori del deserto. Monotoni? Sempre diversi secondo le ore, secondo l’inclinazione della luce, dal giallo al dorato, dal grigio al violetto. Particolarmente bello nelle prime ore della mattina e quando il sole comincia ad abbassarsi. Sembra qualcosa buono da mangiare. Non è naturale pensare che sia un posto molto difficile per viverci. Quando vediamo qualche accampamento messo insieme alla buona, con tela cerata, lamiera ondulata e pali, dove vive non solo qualche pastore, ma famiglie con bambini, panni stesi, donne che devono andare a prendere acqua da qualche parte, sembra più chiaro. Le capre se la cavano meglio, per gli umani è tanta fatica.
     Il monaco vecchissimo e un po’ scorbutico che ci vive, solo tra icone antiche sospese nelle grotte, lampade pregiate e bottiglie di plastica da riportare a Gerico, non gradisce essere disturbato, ma alla fine cede alla santa caciara di una massa di pellegrini cattolici e un gruppone di pellegrini greco-ortodossi.                                                [Francesca]

1 novembre

Masada e Mar Morto

Oggi è la festa di tutti i Santi. Appena alzati don Lucio ha celebrato la Santa Messa in un prato e poi via per Masada. Il percorso è molto bello: alla nostra sinistra il Mar Morto e alla destra deserto e montagne. Arrivati a Masada verso le 11, ci siamo arrampicati sulla cima del monte dove ci sono le rovine di una città fortezza fatta costruire da Erode.
    La salita è stata abbastanza lunga e sotto un sole cocente, ma l’ho fatta senza fatica e senza sentire alcun dolore, e questo mi ha reso orgogliosa per avercela fatta così bene, e ringrazio il Signore che mi ha concesso questa meravigliosa esperienza. E ora a fare il bagno nel Mar Morto! È una sensazione strana sentirsi a galla e la pelle liscia e scivolosa come unta. Era quasi buio e l’acqua con i riflessi del sole cambiava continuamente colore. Insomma è stata una giornata indimenticabile.                        [Bruna]

Il sentiero del serpente.

In pieno deserto arrampicarsi su un sentiero ha il suo fascino, per lo più se si aprono panorami maestosi sul Mar Morto, e se in cima al sentiero si entra in una fortezza. Le fortificazioni, soprattutto se così antiche, creano una grande emozione, ci si immagina strenue resistenze, atti eroici, desiderio di sopravvivenza. A Masada  si sono “suicidati” in 5000, il più grande suicidio in massa della storia. Mi raccapriccia che gli ebrei ne vadano fieri, e che venga visitato come un santuario d’onore; questo è un nodo cruciale che mi allontana da loro come concetto di popolo e nazione. Nauseante.                                                                    [Stefano]

                                                                                              Masada

Spettacolare sito archeologico, con bellissima vista sul Mar Morto e sul deserto circostante.
     Iniziamo la sua storia dal 76 d.C., quando scoppiò la rivolta generale in Palestina contro il dominio romano, dopo che nel 70 Gerusalemme fu presa e completamente distrutta dall’esercito romano guidato da Tito. Solo la fortezza di Masada resistette ancora a lungo e fu espugnata solamente nel 74, dopo 4 anni dalla presa di Gerusalemme.
     Masada era situata in una posizione inespugnabile: in mezzo a luoghi inospitali e desertici sorgeva un colle sulla cima del quale già Erode il Grande aveva iniziato a costruire una propria residenza, in seguito adattata a fortezza. Vi erano due sole vie d’accesso: una detta del “Serpente”, stretta e a strapiombo sul vuoto, difficilmente praticabile, la seconda più agevole ma sbarrata da una grande torre. Tutta la fortezza era poi circondata da mura alte e spesse. All’interno vi erano grosse cisterne che raccoglievano l’acqua piovana e vi erano accumulate grandissime quantità di derrate alimentari e di armi; inoltre tutta la spianata poteva all’occorrenza essere coltivata per avere prodotti freschi.
    In questa fortezza si rifugiarono un gruppo di Giudei irriducibili, definiti Zeloti (cioè “pieni di zelo religioso”, noi potremmo dire fondamentalisti) con le rispettive famiglie, in tutto circa un migliaio, guidati da un capo deciso e intrepido di nome Eleazar Ben Yair. Contro questa fortezza mosse un esercito romano di circa 7.000 uomini guidato da Flavio Silva.
    I romani erano maestri nell’arte dell’assedio, posero il campo ai piedi del colle, provvidero innanzi tutto alle linee di rifornimento e circondarono con un alto muro tutto il colle della fortezza in modo da impedire ogni eventuale sortita. Nel punto più alto del colle, sul quale poterono arrivare, i romani costruirono un grosso terrapieno con una piattaforma di grossi blocchi di pietra, su cui fu costruita una torre rivestita di ferro, così da superare in altezza le mura della fortezza, da dove con le baliste lanciarono ogni sorta di proiettili sugli Zeloti, in modo da impedir loro di stare sulle mura a difesa; quindi con un grosso ariete cominciarono a battere le mura che iniziarono a sgretolarsi. Dietro di esse, però, gli Zeloti avevano costruito un terrapieno che riusciva ad assorbire i colpi dell’ariete; i romani gettarono allora spezzoni incendiari contro le impalcature di legno che tenevano insieme il terrapieno e le fiamme presero a divampare. In quel momento però dal deserto si alzò un vento che diresse le fiamme verso il fronte romano: grande fu l’entusiasmo e la speranza degli Zeloti, avendo interpretato questo fatto come un intervento divino a loro favore; ma all’improvviso il vento cambiò direzione, e le fiamme investirono il muro disgregandolo definitivamente.
    Si era intanto fatta notte e i romani decisero di aspettare l’alba per l’assalto decisivo, per evitare di combattere al buio, limitandosi a impedire ogni eventuale fuga degli assediati. Nella notte gli Zeloti presero una tragica decisione: per evitare di cadere vivi nelle mani dei romani, essere uccisi tra tormenti e umiliazioni, o subire l’onta della schiavitù, decisero come atto estremo il suicidio collettivo; solo due donne anziane e cinque bambini, che si erano nascosti nei cunicoli, scamparono alla morte. All’alba i romani andarono all’assalto, aspettandosi un’ultima disperata resistenza, ma trovarono solo morte, silenzio e fiamme. Appresero dalle donne superstiti quello che era avvenuto e la loro esultanza per la vittoria lasciò il posto alla commiserazione e all’ammirazione per quell’estremo sacrificio.
     L’episodio di Masada è poi divenuto un mito di valore patriottico per gli Israeliani; le reclute militari nel loro giuramento dicono: “mai più Masada cadrà”.                                                                                                                                   
[Ottimo Pioli e Aldo Mencarini]

                                                                                              2 novembre

Gerico e Ramallah

Gerico.
Un nome mitico, la più antica città conosciuta al mondo, 10.000 anni; per tanti motivi penso sia un punto chiave del nostro viaggio, che abbiamo la fortuna di approfondire… mi sconcerta, come dice padre Feras, che non sia meta comune dei pellegrini in Terrasanta. È un’enclave palestinese, un ghetto strangolato dai suoi controllori, in cui la qualità della vita si evince dalle sensazioni che trasmettono i luoghi, i “negozi”, gli orti nei giardinetti; Feras arriva in ritardo alla conferenza, complici i soldati del check-point, anche se è una persona nota, buona, che mette a disposizione se stesso e la sua parrocchia a chi ne abbia bisogno… forse troppo buona  in questa atmosfera da Far West, dove non ti stupiresti di veder girare armati anche i chierichetti.

     I giovani ci fermano per strada, si informano, ci chiedono, ci ringraziano (?!) per la considerazione sociale che la causa palestinese ha in Italia, ci invitano a insistere, a non abbandonarli, perché loro, anche se sognano l’Italia, non hanno perso la speranza di vivere lì, a Gerico, liberi.                                                                                                                            
[Stefano]

Oggi per me è stato un giorno pieno di tristezza e malinconia.
      Stamani siamo andati nella chiesa cattolica di Gerico, il cui parroco, padre Feras, è una persona solare e carismatica, di origine giordana. Dopo di noi sono arrivati altri pellegrini americani e la Santa Messa è stata celebrata da padre Feras, don Lucio e il vescovo americano. Questo è stato 
un momento di gioia e bellissimo, tutti insieme italiani, americani e arabi uniti nella preghiera.
Poi in processione siamo andati al cimitero locale a benedire le tombe e qui ho pianto perché, anche se i miei li sentivo accanto a me, avrei voluto essere a casa nei nostri cimiteri a vedere le loro tombe. Un attacco di malinconia.
     Il pomeriggio libero e allora in piscina con idromassaggio, e poi in centro a vedere Gerico. Gerico importante perché è la città più vecchia del mondo, importante perché città biblica (Giosué fece cadere le mura con le sue trombe), importante perché qui Gesù ha compiuto miracoli, e qui c’è anche il sicomoro di Zaccheo.
     Girando per le strade ho visto povertà, desolazione, abbandono e lo sfacelo che qui ha fatto la guerra. Tutto questo in un ambiente bellissimo pieno di palme e altre piante, una grande oasi.
     Ed ecco riaffiorare la tristezza e la malinconia in questo giorno della commemorazione dei morti.          [Bruna]                                                   

Non abbiamo camminato, oggi, ma siamo stati tutto il giorno sulla strada, la strada di Gerusalemme. La messa stamattina nella parrocchia melchita di Gerico: anche troppo solenne, e un po’ asfittica, come tutte le cose con troppa pompa (c’era persino un vescovo!), ma alleviata dalla dolce melodia dell’arabo. Poi la processione al cimitero: miserevole spiazzo, con poche trasandate lapidi, circondato da una rete (pare un orto dismesso, che ancora produce inaspettatamente qualcosa), ma che la presenza dignitosa – e questa sì, davvero solenne – degli sparuti fedeli del luogo e l’imponente figura del frate dignifica (povero frate, quanto deve fare, e poco ricevere: ma questo è l’ingrato ruolo del prete, qui).
      La scuola è un’oasi di sole: allegri pupazzi ai muri, farfalle appese nelle aule, minuscoli banchini vuoti, suorine sorridenti, un grappolo di bambini nel cortile. Questa terra non si rivela facilmente: a tratti, con fatica, la fatica di vedere (non solo ciò che si sa, come accade, ma anche quell’altro, che sta dietro, oltre la spessa coltre delle idee preformate, di cui cerchiamo caparbiamente e oziosamente conferma – e allora perché viaggiare?); ma che poi si offre generosamente: come il caffè nero, forte, aromatico di Ahmad, preparato in una lenta, esatta e solenne cerimonia di amicizia, con quel modo stupefacente che hanno gli arabi di mitigare l’amarezza: una risata (questa terra, davvero, è misericordiosa).
     E il pomeriggio così bello: il tragitto in pulmino verso Ramallah, con l’aria tiepida in faccia, musica araba, e scorci di paesaggio dietro tendine svolazzanti – eppure non vedo nulla, immersa nella mia penombra (sono davvero qui, o fluttuo nel torbido limbo dell’anima?). L’incontro iniziale coi monaci è un po’ stentato: noi emozionati, per loro forse un po’ di fastidio – li abbiamo colti nel sonno pomeridiano: e di certo, non hanno bisogno di noi; e non s’impressionano del nostro avventuroso cammino, son ben altri gli eroismi di cui questa terra ha bisogno. Ma ha detto bene il monaco: questa era l’esperienza giusta da fare: il cammino impedito. Per sperimentare – e caricarci sulle spalle, insieme allo zaino – un po’ di ciò che è vivere in questo posto, e non essere i turisti con le strade aperte.
     Ma poi la preghiera aggiusta tutto, ridà armonia e significato al nostro essere lì. E poi la parola è sapiente e luminosa, dei monaci: ci rivela il volto celato e sofferente di questa terra che pestiamo, così insanguinata. Perché loro hanno fatto una scelta, una scelta di parte: come Gesù.
      E allora dopo vedo: vedo splendidi uliveti su colline brulle e petrose, e muretti di sasso, e piccoli delicati vigneti (la Palestina: ecco!), vedo donne coi bimbi per strada, vedo palazzi e palazzi in costruzione – il benessere fittizio della corruzione? –, moderni quartieri di Ramallah, in piena evoluzione (dove andrà questa terra?), e vedo il muro: minaccioso, tetro, grigio, terribilmente banale e incongruo, e le scritte sui muri (interminabili versetti del Corano?) e murales variopinti, e torrette – come il muro di Berlino: ma questo, quando cadrà? –, vedo cani randagi (i soli esseri liberi, di questa terra) frugare tra i rifiuti, vedo il deserto magnifico e sempre identico, e vedo: la terrificante distesa dei tronchi d’ulivo, tagliati al calcio – come può esser Dio misericordioso?            [Angela]

3 novembre

Da Gerico a Gerusalemme

Oggi giorno meraviglioso.
     Partiti con dei pulmini, perché il nostro bus non ha il permesso di viaggiare su questo territorio, siamo andati a visitare un monastero ortodosso intitolato a San Giorgio in Kotziba, arroccato alla montagna. Arrivati al punto di camminare a piedi, abbiamo trovato alcuni giovani arabi con degli asinelli che ci hanno seguito per tutto il tragitto. Dopo la visita al monastero giù nel wadi El Qelt poi lungo la strada per Gerusalemme attraverso le montagne e il deserto. Vedere tutto ciò è come ritornare indietro nel tempo, quello di Gesù; e questo per me è la vera Palestina conosciuta sui libri di scuola e di catechismo.
    Questo percorso lo abbiamo fatto nelle ore più calde e tutto in salita, sempre accompagnati dai giovani beduini con i loro asinelli. Alcuni di noi ci sono montati per una piccola salita, facendo così guadagnare un poco i giovinetti. Uno di loro mi ha colpito per il suo sguardo perso lontano: chissà cosa pensava, o cosa sognava?                                                          [Bruna]

Giornata agra. Mi sveglio di soprassalto alle otto, dopo una notte insonne, mal di gola stanchezza malumore: il viaggio si accartoccia su se stesso, non trovo lo spiraglio, la luce; la porta è chiusa. Mi chiudo nella mia felpa, sono i momenti in cui uno vorrebbe già essere a casa, dimenticare tutto, sprofondare nella melassa quotidiana.
     E invece no, il viaggio continua: il ragazzo che guida il pulmino mi toglie la maschera imbronciata dell’insonnia; ogni volta le persone s’intromettono, rompono la membrana che mi separa, e mi restituiscono all’esistenza. Il pulmino scassato corre per strade accidentate (sembra il Messico: quella stessa dimensione di precaria libertà): e ci ritroviamo nel cuore d’un deserto di montagne nude, franose, sterili: il deserto di Giuda.
   Qua non pare sia mai accorsa una goccia di pioggia a benedire la terra (quella pioggia che all’inizio abbiamo accolto con insofferenza – per gli scarponi fradici, e i vestiti da asciugare – ora in questa terra riarsa, disperatamente prosciugata, se ne comprende la natura miracolosa; forse solo alla fine cominceremo a capire qualcosa?): è strano vedere la terra così morta, immota, come perduta in un eterno oblio, che niente può scalfire (solo un grande albero solitario in fondo a una valle petrosa, aspetta: le sue radici dove hanno trovato l’acqua?); è questa, forse, la terra di Dio? Un dio senza nome che non può dirci nulla.
   Camminiamo, il cammino è breve, troppo: e il monastero di San Giorgio in Kotziba che si para davanti a noi sulla roccia non può sorprenderci (ai nostri occhi stanchi di prodigi: il prodigio non è nulla, se non è guadagnato col  sudore: come vederlo in televisione). Questo viaggio un esercizio di frustrazione.
   Ma anche la frustrazione può servire: ad allontanarci dagli entusiasmi facili, che si esauriscono in poche ore, e un rullino di fotografie presto polverose; e cercare qualcosa di più vero dietro alla paccottiglia a portata di mano del turismo di massa: come i datteri di pessima qualità incellofanati e cari del banchetto per turisti, o la foto assieme al ragazzo beduino che vuol venderti la kefiah, e non puoi scambiarci un sorriso che sia vero – non possiamo incontrarci alla pari, qui: siamo i privilegiati.
   E allora la frustrazione diventa una preziosa lezione, un dono – fra i tanti – che questo viaggio ci elargisce: non poter camminare, come vorremmo, dover rinunciare all’immagine avventurosa e ideale che ognuno di noi si è portato in valigia (e la faceva pesare!). Sperimentare che il mondo non è un parco giochi predisposto a somministrarci sempre nuove emozioni, ma cosa dura, opaca, greve, bella e poi brutta, sporca, sofferente, non disponibile a compiacerci sempre, ma che obbliga a porsi delle domande e magari cambiare le nostre vite. E allora anche esser qui, su una bella terrazza a una dolce brezza tra le palme che increspa l’acqua d’una piscina azzurra: diventa scomodo, imbarazzante, feroce.
   Perché quei ragazzi oggi – che parlavano così bene inglese, e avevano grandi occhi neri e agili corpi slanciati: così simili ai nostri ragazzi – vivono in un deserto di pietre, e i bambini sono sporchi e allegri e non vanno a scuola, e aspettano i turisti per cavargli dalle tasche un tesoro di monete d’oro e argentate (qua una spremuta di arance – su un banchetto improvvisato in mezzo alla strada: “Vitamine, vitamine!” geniale richiamo al turista a rischio d’insolazione, costa 1€ e ci pare caro: eppure per noi è un sorso di refrigerio, e per loro il pane; a volte il turismo mi pare una pratica perversa e immorale).
   E allora anche la frustrazione di sudare qualche ora sull’asfalto in mezzo al deserto sotto il sole a picco (che penseranno di noi, questi ragazzi: che siamo ricchi, e anche un po’ stupidi), senza aver altra meta che il pullman di Ahmad (anche lui: che può pensare?) con la frutta e l’acqua e un rettangolo d’ombra sulla strada: può servire.
   A farci cogliere la contraddizione: tra il nostro accidentato e pur sicuro andare, e il cammino radicalmente precario di questi ragazzi – tribù nomadi di beduini –, di questi muli, dai dolci occhi tristi e miti, che sopportano pazientemente il futile peso di turisti obesi (i loro cavalieri sono così esili!), della gente di questa terra martoriata da fili spinati e check-point. Ed è giusto che pure a noi sia toccata una parte, una piccola risibile parte di quest’immane fardello di ostacoli, intoppi, frustrazioni.          [Angela]

4 novembre

Arrivo a Gerusalemme

Sono a Gerusalemme, alleluja!

Davanti alle mura della città, spente dal crepuscolo (cala il sole alle quattro dietro ai merli, e paiono quasi le mura di Pisa), nell’orto del Getzemani: con la basilica dell’Agonia che sembra un tempio romano spalancato al vento e alla spianata delle moschee, e uno scabro uliveto dall’altra parte della strada: tutto è così armonioso, qua, anche il traffico.
    La discesa dalla collina degli ulivi è stata davvero un ingresso trionfale: a Gerusalemme. Gerusalemme di cui non sapevo quasi nulla, e ha allargato inaspettatamente le sue braccia ad accogliermi; chissà perché diffidavo. E invece: eccola apparire improvvisa e bella, smaltata di sole di pietra chiara e cupole d’oro e torri e mura portentose e campi tremuli d’olivi e cimiteri gremiti ai suoi piedi; una città assediata dai morti, eppure così benedetta e viva. Non posso immaginare le nove misure di sofferenza, oggi, non posso credere che il dolore alberghi tra queste mura: oggi è la bellezza, e oggi, almeno oggi, sono piena di gioia.
    Che oggi è stata una giornata benedetta, non voglio smarrire la luce che l’ha attraversata. Prima c’è stata la visita a Betania, alla casa di Lazzaro, Maria e Marta: gli amici di Gesù. E a quella tomba vuota. Poi attraversiamo il muro a piedi – un budello di transenne e fili spinati, e i militari sono gentili, ma pur sempre con noi, che siamo stranieri: ci rimettiamo la divisa dei turisti privilegiati. E però è bello avvicinarci a piedi (come un po’ per caso, per ventura) dal retro, e la città ci si rivela: prima il dorso laterale del Monte degli Ulivi, tappezzato di tombe, e neanche un ulivo. Ed era il cammino degli antichi pellegrini, e di Gesù.
    Arriviamo alla Chiesa del Pater Noster: assolato chiostro di silenzio e palme. Scendiamo nella grotta dove Cristo insegnò ai discepoli a dar del tu a Dio Padre; e un piccolo miracolo, per me, si compie. Lì, in quella radunata quiete, nell’abbraccio della nuda pietra, fredda e consolatoria: qualcosa si muove in me e si scioglie, e riesco a mormorare quelle parole (da quanti anni non prego? forse quindici; ma stavolta – e non lo volevo – quelle parole mi son sgorgate di bocca come acqua limpida: non si spiega come pregare sia una gioia, anche per chi non crede). 
    Poi la moschea dell’Ascensione: splendida. Nel cortile nudo ottagonale, pieno soltanto di sole e d’ombra (una moschea scoperchiata!) sorge la chiesetta circolare, nitida e chiara come una gemma: lì dentro la pietra, l’ultima fuggitiva impronta di Cristo sulla terra.
    Poi avviene un altro piccolo prodigio, per me prezioso, che dobbiamo al nostro emissario in Terrasanta: don Lucio. Rientriamo dal retro alla chiesa del Pater Noster, da dove ci avevano i cacciato gli spicci guardiani a mezzogiorno, complici le gentili suore francesi del monastero, per sostare nel chiostro: silenzioso, segreto, tutto nostro. Così adesso, qui, tra il sole e le ombre delle colonne: la gioia rara di scoprire, e impossessarmi con fame, del padre nostro in mille lingue – come potessi recuperare quindici anni di silenzio con questa babele di preghiere.

                                                              Il Padre Nostro in aramaico

Ecco una possibile versione italiana del testo aramaico del Padre Nostro. È  inevitabilmente del tutto inadeguata, per la difficoltà e direi l’impossibilità di rendere tutti i significati, i riferimenti e le sfumature di questa preghiera. È una mia personale interpretazione, a partire da quanto si trova nel libro Preghiere del Cosmo di Neil Douglas Klotz e Appunti di Viaggio.
Riporto qui la pronuncia di ogni versetto, per aiutare chi volesse memorizzarla, e ricordo che sul sito www.interrasanta.com se ne può ascoltare una registrazione.

ABUN DEBASHMAIA: Tu che sei l’origine e il principio di tutto ciò che di spirituale e materiale da te deriva, e che respira insieme a te, e vibra di vita in ogni sua molecola (padre nostro),  e che ti riveli in tutto ciò che esiste nel vuoto intorno a noi e dentro di noi (che sei nei cieli),

NETCHADASH SHMACH: liberato il terreno dentro di noi da ogni erba infestante, dai pensieri invadenti, per riservare lo spazio sacro del nostro Tempio Interiore, il cuore, al tuo Santo Nome (sia santificato il tuo nome),

TITEY MALKUTACH: vieni in questa Camera Nuziale, ove sia soddisfatto il nostro desiderio reciproco, e sia possibile concepire il frutto della Creazione, un Regno di una verdeggiante primavera, lo sbocciare di tutto il potenziale creativo della Natura, della Grande Madre, in unione totale con la tua Volontà Creatrice (venga il tuo regno).

NEUEI ZEVIANACH AILKANA DEBASHMAIA AF BARHA: Il nostro e il Tuo desiderio unificati in un  cuore traboccante d’amore ardente  diventano una sola volontà capace di realizzarsi sulla terra, nella materia vivente, con la forza con cui si muovono armoniosamente in immense spirali le moltitudini di stelle e i pianeti nel cielo (sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra).

ABHLAN LACHMA DESUNKANA NYAOMANA:Tu ci dai il nutrimento e la comprensione che ci servono per crescere ed evolverci, con vigore crescente, forza creativa, nella Santa Sapienza, respirando insieme all’anima della Terra che ci sostiene, rispettandola, con la misura illuminata che è data dai nostri veri bisogni un giorno dopo l’altro (dacci oggi il nostro pane quotidiano),

WASHBUCHLAN KAUBAIN AIKANA DAF KHNAN SHBACHN, LECHAIBAIN: così da ritornare al nostro stato originario, ristabilendo i sottili legami con tutta la creazione, col nostro prossimo, riconciliati anche con noi stessi, con l’interno sgombro e libero dagli errori, offese, fallimenti, speranze frustrate, grovigli e nodi nelle nostre relazioni, scevri da debiti e colpe segrete del passato (rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori).

ULATALAN LENESHIUNA: Non ci abbandoni quando tentenniamo nella scelta della giusta strada per arrivare alla meta della nostra vita, quando siamo sedotti dalle apparenze illusorie che ci allontanano dalla realtà vera, quando siamo distratti e superficiali e non vediamo la profondità delle cose (non ci indurre in tentazione),

E LA PAZZAN MEN BISHA: ma ci liberi da ogni ostacolo e deviazione che ci impediscano di dare frutto al momento giusto, non prematuramente o tardivamente, in modo appropriato nella realtà presente, senza errore e senza inganno o vergogna (ma liberaci dal male).

AMEYN: In verità, così sia, per l’eternità, anche oltre la morte (amen).

 Giovanni Becattini

 

 E poi la vista miracolosa di Gerusalemme: bella e improvvisa, impensabile. Resto senza parole: allora è vero, che Gerusalemme è così bella e santa (e vale tante miserie?). Anche Gesù piange, a vedere Gerusalemme: la bellezza e il dolore vanno insieme. Resto a guardarla, nella luce abbagliante del pomeriggio; e la distesa accecante delle tombe: lo sterminato cimitero ebraico, una presenza di morte muta e insondabile (per noi la morte è buio e pianto; per loro è luce e silenzio). [Angela]

Continuiamo nel nostro viaggio e passo dopo passo, visitando tutti i luoghi più belli e significativi, giungiamo finalmente alla porta di Gerusalemme. Ora veramente entriamo nella casa del Signore.
     Avrei voluto dire tante cose, urlare la mia gioia, gridare a tutto il mondo dove camminavo, ma tutti mi intimavano il silenzio. Allora mi sono chiusa in silenzio e parlavo solo col pensiero ammirando dove ad uno ad uno posavo i piedi e mi chiedevo se anche il mio Signore avesse posato i piedi sotto il mio passo. Che gioia provavo!
    Mi ricordo le parole di Don Lucio: “Cosa avete visto?” Ho osservato tante cose lungo il cammino, ma non ho visto nessun spreco, nessuna cosa gettata. La semplicità dei cimiteri mi trasmetteva una grande tristezza. Le pietre rialzate, tutte di un colore, tutte giallino-crema, tutte uguali senza addobbi o sfarzi. Mi è sembrata un’ingiustizia e coi miei occhi sono ritornata lontana, ai camposanti in Italia adorni di colori per la moltitudine di fiori e di marmi che decorano le tombe. Mi sono chiesta, perché tanta disparità quando il dolore è uguale per tutti? perché tanta disparità quando non esiste religione che differenzia il dolore?       [Celina]                                                                                                             

Finalmente Gerusalemme!
Oggi giorno pieno di emozioni, profumi, colori e sole.
    Partiti a piedi da Betania (dove Gesù aveva tanti amici) per Gerusalemme, abbiamo fatto un percorso emozionante per arrivare al crepuscolo alle porte di Gerusalemme, entrando dalla porta dei Leoni o di Santo Stefano. Qui giunti s’è fatto un girotondo intonando Santa Maria del cammino, poi Amedeo e io ci siamo inginocchiati e abbiamo fatto il segno della croce.
    Non descrivo i posti visitati perché per ora voglio tenermeli tutti in cuore per gustarmeli meglio. Mentre scrivo davanti a me ho le foto di Matteo, Marco, Ilaria, Pamela, Camilla e Cristiano e le lacrime mi pungono gli occhi perché ho tanta voglia di abbracciarli tutti quanti.
    Dopo cena abbiamo fatto una passeggiata fino al muro del pianto e poi lungo le mura di Gerusalemme, che vista di notte è fantastica.    
                                                                                                                                                                                                                  [Bruna]

   Animali in Terrasanta

 Saggezza e tecnica di meditazione: il cammello.
Nel deserto o in mezzo al traffico, fuori della porta di Giaffa, appesantito da trapunte a forti tinte o nudo e crudo, medita, le zampe piegate in tra comodi segmenti come in un astuccio, totalmente rilassato mentre mastica con metodo un intero pompelmo gigante, porta a spasso Celina o semplicemente aspetta il prossimo momento attivo della sua esistenza. Con un moto continuo e rilassato delle mascelle pensose.

      Pazienza: il ciuco.
Bianco, nero, bigio, giovane o vecchio e spelato, il ciuco armonizza col paesaggio, segue o precede chi lo guida, accompagna in silenzio i pellegrini che scendono al monastero di San Giorgio in Kotziba, si ferma per lasciarsi fotografare o montare da umani a volte più grossi di lui. Meno grandioso del cammello, anche il ciuco esprime una pacata accettazione dell’esistenza e del contesto.

     Perfetto autocontrollo: il camaleonte.
Se  riusciamo a distinguerlo tra le foglie, gli stecchi e le rocce con cui si amalgama perfettamente, non si agita, anzi, si blocca per rendere più completa l’illusione di appartenere al paesaggio. Perfino preso su un legnetto, e portato molto in alto da Vinicio, resta fermo o si sposta appena, garbatamente, per poi sparire di nuovo (probabilmente è sempre lì vicino) appena tornato a terra.

     Illusione di alta montagna: l’irace (già, esiste, è citato anche nel Salmo 104).
In pieno deserto, si vedono da lontano degli esseri dalla folta pelliccia color castagna, vivaci e veloci, che vanno su e giù tra le rocce. Famigliola di marmotte? Non è possibile, siamo circa 300 m sotto il livello del mare. Iraci, apprendiamo da un cartello di legno nei pressi del lago Tiberiade. Li rivedrò a San Giorgio, sulle roccette di fronte al monastero.

     Elegante anche tra i cassonetti: il gatto.
Il gatto (gattini, gattoni, mamme con tre-quattro piccoli, di ogni colore) è dappertutto, da Acco a Gerusalemme, nei mercati, sui muri, nei cortili delle chiese e delle moschee. Sempre libero cittadino senza padroni, quasi sempre in buone condizioni fisiche, e bello. Il più singolare, che ho rivisto più di una volta, è il gatto bianco abbagliante, occhi azzurri, che frequenta e saccheggia i cassonetti della spazzatura nei pressi della Porta di Giaffa. Nonostante l’ambiente sudicio in cui e di cui vive, resta singolarmente pulitissimo, bianchissimo, regale; e cordialmente si lascia accarezzare e accetta un formaggino da un’ammiratrice.

     Uccelli che abitano mura e sotterranei.
Ne ho visti tanti, a cominciare dai sotterranei dei crociati ad Acco. Probabilmente capita anche da noi che uccelli poco più grandi di un passerotto usino manufatti umani per viverci, forse per deporre le uova. È abbastanza singolare che qui entrino e restino con noi anche se c’è tanta gente, si parla ad alta voce, continuamente scattano i flash delle fotocamere. Sembrano adattati alla presenza umana, sicuri del loro poter volare, un elemento decorativo vivo in più, oltre alle figure che le pietre conservano dal passato.                                                                                                                                                                                   [Francesca]

 

5 novembre

GERUSALEMME

Obama è stato eletto, alleluja!

Peccato non aver potuto vivere quest’evento con il dovuto coinvolgimento: Gerusalemme è città fuori dal tempo; eppure è l’ombelico del mondo, ma il mondo pare così lontano. Città dell’anima (e perché l’anima non ha forse a che fare col mondo? – certo quei monaci di Ain Arik erano più profondamente nel mondo loro, chiusi in quel monastero e tra la quiete degli ulivi, di me; che non basta leggere tutti i giorni il giornale per rompere la clausura del vivere, ogni giorno, abbarbicati alle proprie (in)certezze).
    La luce d’oro di Gerusalemmme. Il crepuscolo giunge furtivo, fa splendere tutte le pietre, e le tombe, della città, mette una brezza pungente nell’aria. E qui veramente: è subito sera. Giornata tersa. Come le pietre levigate, come l’acqua alla fontana. Ma la sera, qui, ti sorprende troppo presto, e muta l’armonia in tristezza: al buio la città è ancora splendida, ma se ne intuisce l’ombra cupa che la divora: non è la città della gioia, questa, non si può esser lieti mai, a Gerusalemme.
    E infatti il muro del pianto ne è l’emblema: quelle grandi grandissime pietre che già evocano sangue di schiavi, ora consunte, testimoni fedeli e cieche di una terribile grandezza ormai passata: il tempio di Salomone. Dove gli ebrei potevano officiare i loro sacrifici: ed erano bestie innocenti, quelle, sgozzate sull’altare d’un Dio che chiede sangue. Erano uccelli e conigli e agnelli, ora salvi, per l’estinzione della casta sacerdotale ereditaria (provvidenziale? forse Dio stesso ha voluto metter fine a tale massacro: non posso immaginare un Dio che esige sangue, sangue d’innocenti; la ferocia degli uomini sa sempre costruirsi un Dio a propria immagine).
    E lì piangono, adesso, gli ebrei; e hanno ragione: per aver perso la speranza? Non attendono più il Messia che era stato loro promesso (dice bene Giuliana: “Hanno perso, con Gesù, una grandiosa possibilità”), e dunque adesso, cosa credono? cosa sperano, cosa attendono, cosa regge ora la loro fede; se il tempio è crollato. Non gli resta che attendere il Giorno del Giudizio, già pronti in prima fila (sono gli eletti!) dentro alle loro tombe aggrappate al Monte degli Ulivi: aspettano la morte, chiusi nei loro pastrani neri, e non volgono lo sguardo alla loro destra, a vedere chi calpestano. E anch’io piango con loro, “nostri fratelli maggiori”: di quei fratelli altezzosi e prepotenti che purtroppo la vita non cambierà; ma a cui si può forse voler bene. Aver misericordia dell’arroganza: non è facile; eppure sono loro le prime vittime, della loro protervia.
    Perché vivono intrappolati tra i loro fili spinati (c’era scritto sul muro, dalla parte palestinese, a Ramallah: ghetto, ed è proprio terribilmente vero: a forza di chiuder gli altri nei loro recinti sono rimasti intrappolati), e soprattutto prigionieri dell’odio e della paura: la loro folle paura (o disprezzo?) di ciò che non sono loro, e l’odio che continuamente inesorabilmente si tirano addosso. Perché i loro bambini imparano le date dei pogrom e degli stermini prima delle tabelline, e crescono con la folle abitudine di un mitra accanto a loro (a difesa di che cosa? è la loro infanzia che è straziata), e li vogliono convincere che il massimo eroismo è un suicidio di massa: “Tutti s’ha bisogno di eroi, chi vuol far la guerra” dice Vittorio; e io penso all’eroismo invece di quelle due donne e cinque bimbi che riuscirono a nascondersi, e a salvarsi dal massacro imposto dai loro simili, gli zeloti, dallo zelo disumano e feroce, e soprattutto inutile; e questo è Israele: un immane inutile dolore.
    Oggi è stato il giorno del Santo Sepolcro. In fondo eravamo qui per quello, ma fino a che non ho varcato quella soglia – anzi, qualche passo prima, quando una grande gratitudine, per chi ha voluto farmi questo dono, mi ha riempito il cuore – non l’ho capito: che quella era la meta. Anche se ho sentito il bisogno di tenermi a distanza, di non poter avvicinarmi troppo, che quello era troppo grande, e non era per me; dovrò tornare: allora forse potrò vedere.
   “Che cosa avete visto?” chiede il prete. Io non ho visto nulla. Non ho visto la pietra tombale, non ho visto il Golgota, non ho visto la tomba vuota del Cristo risorto – non so neppure che cosa c’era da vedere. Ho visto una cappella, una semplice cappella come tante, anonima, con una comunità a dir la messa, come ho sempre visto fare da bambina, con una certa noia – e io ero estranea: una fredda pietra mi ospitava, e mi teneva prigioniera (non posso esser con voi: sono da sola).
     E poi ho visto – che fare? in quella bruma oscura di gigantesche strutture sovrapposte, tutte così grondanti di sacra passione, che non si sa, non si osa, fare un passo, senza calpestare una reliquia – ho visto ciò che ho sempre visto (da quando sono libera, e sola) in una chiesa: l’arte sacra. Ma stavolta parlava: mi diceva che c’era un uomo serio e pensoso (il Cristo) assediato da una folla di petulanti e ipocriti adoratori (noi febbrili turisti di Terra Santa?); mi diceva che c’era una luce pietosa a illuminare una massa informe e dolente di figure in penombra (la mia anima?); mi diceva che c’era qualcuno autorevole e saggio (S. Pietro, dunque: la Chiesa?) disposto a impartirmi la sua parola con la mano alzata (e una parola di saggezza, perché rifiutarla?), e mi diceva della mia mancanza di umiltà: non ero certo io quella, che gli baciava i piedi.
     E ho visto infine una piccola porta: l’unica che mi si è aperta.
     E oltre quella porta non c’era nulla. Una stanza vuota, nuda: ed era la mia casa. Un altare vuoto, innalzato a un Dio sconosciuto: quel Dio senza nome che è l’unico che conosco. E lì accanto un altro altare muto: come un abisso nero di silenzio, e un’unica disperata fiammella a rischiararlo. Cos’era quello? È entrata una donna tutta velata di nero, esilissima quasi senza corpo – si perdeva in quel buio –, e si è prostrata: di fronte al nulla, e pregava. E io mi sono sentita abbandonata: da quel Dio che non c’era. Quella era l’assenza, il buco nero del nulla, la morte che ci divora: e quella fiamma, era lì ad estrema misericordiosa presenza della vita, che chiama la morte e la placa. Il mistero doloroso della morte era lì, su quella parete nuda: e la fiammella il mio disperato tentativo di comprenderla (i miei giovani amici, insensatamente morti: dove siete?). E ho capito perché posso pregare i morti, e non gli dei. La morte posso comprenderla, ma non la resurrezione.
     C’era infatti quel quadro del Cristo morto, che mi commuoveva; e quell’altro, del Cristo risorto e splendente tra schiere di angeli, che posso solo osservarlo da lontano, e non parla. Ma no, non posso neppure andare alla sua tomba: neppure la sua morte mi è concessa. Entrano due donne, alle mie spalle, sono italiane, bisbigliano qualcosa: che quello è il carcere del Cristo. E allora capisco: perché sono lì. Quello è ciò che comprendo, io di Cristo, ciò che sento mio, del suo farsi uomo: quel momento – transitorio, precario – del suo esser prigioniero nel mondo, nell’attesa che si compia il suo destino divino; ma su quella soglia io mi fermo.
     Così resto, in questo quieto carcere che mi ha accolto, e mi ha svelato il mio cuore: c’è un Dio sconosciuto, che tace, e non esige parole; ci sono tutti i morti che ancora vivono in me, e quegli altri, a cui non so dare voce; e poi c’è un altro altare, anch’esso sbarrato, ma da una tavola di legno: che vorrà dire? forse è una porta che posso aprire? E ti ringrazio, Signore, per avermi dato un Luogo, nella tua casa: che anche il mio dubbio è buono, e viene da te. Amen.                                                    [Angela]

Se ieri è stato bello, oggi è stato un giorno colmo di emozioni. Per descrivere i sentimenti provati al Santo Sepolcro non trovo le parole, ripeto quelle di mio marito: mi sento tremare tutto. Appena arrivati don Lucio ha celebrato la S. Messa in una cappella, e qui mi è successa una cosa strana, ma la dirò un’altra volta; e poi girando, guardando e pensando a tutto quello che qui è accaduto è un susseguirsi di emozioni.
     Dopo cena, la sacra rotula ha conferito la nomina di confratelli e consorelle ai nuovi pellegrini. Questa è la nostra serata goliardica. Simonetta era un po’ preoccupata del nome che le avrebbero dato, perché dovete sapere che lei è un po’ fata smemorina, ma sono stati gentili e non hanno infierito troppo. A proposito di Simonetta, devo chiederle scusa per averla trascurata, ma l’ho fatto di proposito perché noi ci vediamo tutto l’anno, mentre avevo piacere che conoscesse tutti gli altri pellegrini che sono persone stupende.        [Bruna]                                              

                                                                     Genesi e storia della “Sacra Rotula”

Credo che la Genesi che porterà nel 2006 alla nascita ufficiale della “Sacra Rotula” risieda in quello spirito tutto toscano fatto di autoironia, dissacrazione, animo polemico e goliardia su cui si sono innescati contributi di simpatia partenopea e romana.

Lo stare insieme in situazioni d’eccezionalità fuori dagli schemi sia della vacanza che del pellegrinaggio classico; l’eterogeneità del gruppo, diverso per provenienza,  professione, formazione culturale, fede;la motivazione del cammino insieme:  religiosa o esistenziale, ludica o sportiva, storica o culturale, naturalista o paesaggistica,  provocano un turbinio di sensazioni, di riflessioni, di valutazioni,  che trovano  lo scopo comune nell’appartenenza a una squadra determinata  ad arrivare insieme  alla meta.

In secondo luogo nasce un sentire comune, non dichiarato né manifestato, di fronda polemica che si manifesta in una sorta di verve canzonatoria gioiosa e mai cattiva nei confronti del Capo. Nasce così, a causa delle tappe troppo lunghe, il famigerato “Miglio Malanca”: miglio terrestre o marino? 1609 o 1852 metri? i più sostengono sia quest’ultimo, ma tutti concordi nel contestare l’unità di misura non potendo  contestare il numero dei Km indicati a inizio tappa.

Col passare delle tappe aumentano gli episodi tragicomici:il caso dei soccorritori da soccorrere a Gambassi, i “cani dei tedeschi” che azzannano i pellegrini a Radicofani.  I “rallentare in cima” e “fermiii” diventavano sempre più irritanti e inascoltati per cui seguono stizziti e indistinti “cazziatoni”, e per i recidivi o più indisciplinati le ancora più temute tragiche “prediche”, che mi piace  assimilare  a  “Bolle papali”, con  gli “Alpini di Corsagna”  a rischio continuo di scomunica: poveretti, non capiscono perché mai chi tira il gruppo è da cazziare e chi si attarda in chiacchiere è da comprendere.

 E all’arrivo di tappa, se sei saccopelista, a chiedersi: sarà pulito? ci sarà l’acqua?  sarà ancora calda quando tocca a me?! E ancora: quanti bagni ci sono? a che ora dovrò alzarmi per cacare in pace?… Non va poi  meglio per i mezza pensione, con gli sfibranti  riti di assegnazione delle camere e le esistenziali domande: quale sarà il criterio di assegnazione? avrò mai una singola? si ricorderà il capo che per ora ho avuto solo triple e una quadrupla. E dopo l’assegnazione gli immancabili: tiriamo le singole a  sorte!  porca miseria  ancora in una tripla… E quando hai finalmente una  doppia, peschi il jolly: il campione mondiale dei  russatori…

In Val d’Aosta nel 2003 un simpatico autista del Malagoli ribattezza i saccopelisti “peluche” e i mezza pensione “mezza porzione” (inteso come pellegrini a metà). Il 2003 è anche l’anno dell’arrivo dei Milanesi, questi temerari che osano contestare l’autorità del Capo, che vogliono addirittura partire presto la mattina e scansare gli attesi incontri con le autorità civili e religiose, che facendoci ritardare la partenza favoriscono l’abbronzatura sotto il sole, e la perdita di liquidi e grassi in esubero; ispirano  poi le “lamentazioni” di Paolo e i canti che ricordano le Anime del Purgatorio: “sommersi nel fuoco di un carcere orrendo…” E nell’arsura della Pianura Padana, che in quel 2003 si espresse al meglio, a Santhià, Vercelli, S.Cristina, Mortasa, quando finalmente il sole tramonta e le ombre della sera portano nubi… non di pioggia rinfrescante ma di zanzare vogliose di gustare come in un’enoteca tanti “rossi” diversi. All’arrivo a Vercelli accadde anche che Nando frana ed è proprio per questo che successivamente la Sacra Rotula, memore dell’avvenimento che ha custodito in cuor suo, appella Fernando Visione col nome di “Fra Nando dell’Ordine dei Mi spezzo ma non mi piego, ovvero Frano ma non monto in pullman”. Credo che fu soprattutto in quei momenti che cominciammo a sentirci accumunati ai pellegrini dei tempi dei Cavalieri del Tau,  o meglio all’Armata Brancaleone.

Ma è nel 2005, sul sentiero di Francesco da La Verna ad Assisi, dove una serie di incertezze e una serie di errori nella scelta delle strade, nonostante carte, sopralluoghi e l’avveniristico G.P.S.  al polso, inducono alcuni di noi a ribattezzare il nostro prode Duce Malanca, in omaggio alla zona francescana, “Fra Bivio mi perdo”. La cosa fra noi piace così tanto che nasce un gruppo spontaneo formato da Vinicio Acciaioli, Aldo Mencarini, Giovanna Miglio, Alfredo Montefusco, Ottimo Pioli, a cui si aggiunse successivamente Fernando Visione.

Costoro mentre camminano nelle retrovie cercano di individuare nei compagni caratteristiche personali, valutare episodi accaduti, rielaborare dichiarazioni rilasciate, insomma tutto può concorrere alla creazione di un nome. Così prima della fine del Pellegrinaggio abbiamo tutti un nome religioso e un ordine d’appartenenza. I nomi più o meno indovinati, più o meno graditi, ma da tutti salvo eccezioni accettati, sono consegnati nel corso d’una cerimonia con Alfredo presentatore. Ma non è ancora “Sacra Rotula”.

Infatti nel 2006 da Roma a Isernia i “soliti noti” arrivano più preparati e iniziano subito a lavorare nell’affibbiare appellativi ai confratelli. Già ad Anagni infatti investono i nuovi arrivati con il nome da pellegrino. Così l’erede di Filippo il Bello, Michèle Duru, in ricordo dell’anagnino Bonifacio VIII diventa: “Novice Michele de Nogaret dell’Ordine della  espiation du vile ceffon”. C’è poi lo spinoso caso della Cristina che, avendo camminato l’anno precedente con la mazza perché reduce dalla frattura del femore si è meritata l’Ordine del “Sacro Femore”, che non è di suo gradimento, nemmeno quando a Sacro Femore fu aggiunta la dizione “miracolato e poi risanato”. Nasce quindi l’idea di creare un tribunale ad hoc per sanare le situazioni di conflitto, per sovrintendere e preparare le cerimonie di investitura: prendendo spunto dal Pontificio Tribunale della Rota Romana, comunemente chiamato Sacra Rota, ed essendo i Pellegrini sempre intenti a curarsi da vesciche e dolori vari agli arti inferiori, non poteva che diventare “La Sacra Rotula”.

Nel 2007 i compiti della Sacra Rotula, appellata frattanto in Venerabile, Santa, Santissima e Onnisciente, furono quelli di creare il “Giuramento del Pellegrino” e, attingendo a piene mani dai film di Brancaleone, preparare linguaggi, invocazioni, interviste, litanie e scenette su un fantasioso modo medioevale di parlare e pellegrinare. Arrivano quindi le invocazioni: Soli con Deo! Ringraziamo lo Sommo che ci rende la via della salvazione irsuta di ostacoli!  Deus vult  (Dio lo vuole). Gli euro diventano petecchioni, i ponti cavalconi, e il camminare uno dietro l’altro diventa “transeare in fila Longobarda”, etc. etc.

Al termine del pellegrinaggio del 2007 la Sacra Rotula delibera che: i pellegrini che hanno partecipato al pellegrinaggio Roma Gerusalemme godranno come i Cavalieri e i nobili medioevali di un motto latino da affiancare al nome ricevuto. Dell’individuazione dei motti viene incaricata la Rotuliana Suor Canna al secolo Prof.ssa Miglio Giovanna. Mentre all’Arch. Patrizia Malanca viene chiesto di dare una veste grafica agli attestati  che saranno consegnati nella cena di chiusura dell’anno 2008, che vede anche la chiusura del pellegrinaggio triennale Roma-Gerusalemme.

E arriviamo al 2008: i molteplici impegni quotidiani e la straordinarietà dei luoghi lasciano poco tempo al gioco. La Sacra Rotula si esibisce comunque nel  “battezzare” i nuovi Pellegrini, attenta a recepire episodi o occasioni; ne è esempio il nome della Guida Spirituale Don Lucio, che riceve nome e titoli altisonanti, ma non evita lo scherzo, e l’ironia diventa: Dux Ecclesiae Episcopo Lux, pastor ac inquisitor peregrinorum dell’Ordine dei Cacciati dal Tabor dal Braccio Secolare Francescano, Promulgatore della Bolla di Tiberiade “numquam Missa post coenam”.

Nell’XI Secolo un Pellegrino pratese Michele Dagomari porta a Prato dalla Palestina il Sacro Cintolo Mariano: è una delle tante reliquie riportate dalla Terra Santa di cui sono ricche le Chiese del nostro Paese e di tutta Europa. E la Sacra Rotula poteva farsi scappare una simile occasione? Aguzza quindi vista e fantasia e ha la fortuna di rinvenire addirittura: a Nazareth alcune piume delle ali dell’Arcangelo Gabriello, a Betleem dei peli della coda dell’Asinello utilizzato per la Fuga in Egitto, a Gerusalemme un osso del galletto che non arrivò a cantare tre volte, etc. fra questi eccetera: il Vero Dente del Giudizio Universale. Le “Sacre Reliquie”, durante la cerimonia dell’investitura, vengono affidate per il trasporto in Patria non a casuali custodi, ma a Pellegrini che si  sono meritati l’onore, e verranno conservate non in una chiesa ma nella sede della nostra associazione ad Altopascio.

Un abbraccio a tutti, e un “Iddio ve ne renda merito” per aver avuto la pazienza di leggermi.                      Fra Garrone dell’Ordine delle “3 B”  

6 novembre

Gerusalemme e Betlemme

La forza, l’armonia, il pianto.
È difficile trasmettere le sensazioni che suscita Gerusalemme, città santa per le tre religioni. Ci arriviamo a piedi da Betania, e la osserviamo da un belvedere… il Monte degli Ulivi, i santuari, le chiese, le moschee, le mura appaiono tutte in un colpo d’occhio che non mi aspettavo… probabilmente è la prima cosa bella che vedo dal mio arrivo in Palestina. Lo sguardo accarezza i profili, le foto si susseguono, le parole di Lucio ci guidano portandoci nel cuore della città, sotto lo sguardo indiscreto e onnipresente delle telecamere della sicurezza.

     Da quel momento ogni luogo mi regala emozioni e anche un po’ di  confusione… Lucio si muove sicuro, anche nel suq, io il primo giorno mi sarei sicuramente perso in un istante. Siamo all’interno delle mura, e non so più in che anno siamo, certo non sembra il 2008, ma il XIII o il XIV secolo... boh? Solo pochi dettagli fanno capire che è l’era attuale, e di notte anche questi si attenuano, lasciando posto alle fantasie. 
    La città è divisa in quattro spicchi, abitati da musulmani, ebrei, cristiani armeni e cristiani cattolici… ci si mescola però, non ci sono muri per ora, ma la zona ebraica appare comunque estranea.
    Il Santo Sepolcro, si presenta straordinario (come quasi tutto qui) ed è uno scrigno di misteri; contiene il Golgota, ma anche gli irriducibili guardiani del Sepolcro, i preti cristiani ortodossi… molto grossi! Sembrano usciti da un cartone animato, somigliano a Brutus, il nemico di Braccio di Ferro, ma noi non mangiamo spinaci e quindi dobbiamo tralasciare; guardiani dello status quo, arroganti pilastri di carne in mezzo agli imponenti pilastri di pietra. La scazzottata era nell’aria e per poco domenica mattina  non ci coinvolge, ma travolge gli armeni durante la loro cerimonia più importante. Però il luogo è sacro, ed emana una forza possente, che può far vacillare, e l’architettura di pietra e carne umana che lo compone sembra essersi modellata, adeguata, come plastilina.
    Un mondo diverso ci attende a cinque minuti da lì, dopo il solito check-point che sta lì a ricordare a tutti la loro paura, così tra telecamere, tornelli, metal detector, vie obbligate e contenitori in acciaio antiesplosivi, ci ritroviamo attoniti in uno dei luoghi più armoniosi del mondo, la Spianata delle Moschee, dove gli spazi, la pace, la serenità e le sublimi architetture aiutano gli uomini a sognare. La cupola dorata di Omar è come una ciliegina sulla torta bella e buona, tutta da godere; il mio unico rammarico è di esserci stato poco tempo, ma forse è bastato.
    Agli ebrei è rimasto solo un muro… del pianto.                                                                 
[Stefano]

Yad Vashem (memoriale dell’Olocausto)

Lungo il nostro cammino abbiamo visitato anche il ghetto degli ebrei; siamo entrati al buio nella parte destinata ai bambini e con grande silenzio. Col cuore alla gola tutti ci siamo chiesti che colpa avessero avuto. Siamo poi passati dall’altra parte, quella destinata ai grandi.
     Ma che dire, anche qui non ci sono parole! Il cuore ha cominciato a battere, qualche lacrimuccia a cadere. Da mamma e da nonna mi sono messa col cuore vicino a quelle povere persone e così ho cercato di provare ciò che devono aver provato loro a quel tempo: povere mamme, le hanno ammazzate con il dolore. Credo che Dio li abbia abbracciati tutti e aperto le porte del Paradiso perché questo è stato il martirio degli innocenti. Ho chiesto pietà per tutti questi martiri.
   
Il mio passo comincia a essere veloce. Non so il perché, ma iniziando a camminare e sapendo di calpestare i luoghi dove Gesù è passato, comincio a sentirmi emozionata e le mie gambe tornano giovani e il mio passo sempre più leggero: allora è vero che Gesù è sotto i miei piedi!

     Ci siamo incamminati verso il luogo della Sua nascita. Arrivati sul luogo mi fermo. Poso i miei piedi vicini. Con i miei occhi stanchi mi metto a guardare. Cosa ho visto? Una buca, un piccolo giaciglio… e ancora la buca del forno. Ho provato tanta tristezza; ma possibile che nessuno abbia potuto offrire di meglio?                                                                             [Celina]

Betlemme, oggi, e ho perduto la rotta: vago per quella chiesa – caotica, vuota, desolata – come una pecora sperduta. Non trovo un posto dove stare (forse nel chiostro, stranamente deserto, ma fa freddo), un posto che mi parla – sono tornata al mutismo scontato e neppure doloroso da cui ero partita?; la chiesa è nera e tetra, i lampadari luccicanti inutili orpelli (ma non mi piaceva quell’atmosfera?), la folla si accalca, in fila, per vedere cosa: una mangiatoia vuota? No, una stella.
    Non capisco più, terribilmente, cosa sospinga questa gente tumultuosa – la chiesa (vuota, neppure una panca, una sedia, un rifugio per la preghiera) pare una piazza agitata – e neppure la mia presenza, qui; eppure non sono delusa: è come una cosa già saputa, che non turba né scandalizza, solo una vischiosa noia. E la messa torna ad esser per me quella parola tediosa e vana, delle domeniche strappate alla montagna (che liberazione non dover più andare in chiesa, la domenica mattina!); ed era la messa di Natale, questa: ma il bambinello non mi commuove.                                                [Angela]

7 novembre

BETLEMME

Appena sveglia ho provato tanta gioia senza sapere perché.
      Dopo parecchi giorni, stamani tutti con le nostre magliette, il nostro labaro e via a piedi verso Betlemme per l’incontro del sindaco locale con noi pellegrini e il sindaco di Altopascio.
    Camminando sentivo dentro di me varie emozioni, felicità, gioia, libertà e tanta voglia di gridarlo al mondo intero. Questo è stato anche l’ultimo giorno che il nostro autista Ahmad stava con noi, e ci è dispiaciuto perché è una persona molto disponibile e sempre sorridente.                                                                      [Bruna]

La casa del pane.[1]

Sono stato fortunato, non so perché quando sono entrato nell’ipotetico punto dove è nato Gesù, la folla s’è dissolta e son rimasto un po’ da solo, e l’emozione è stata forte… non so se è nato lì, ma fa lo stesso, funziona. 
    Per arrivare a Betlemme, a piedi, abbiamo attraversato una landa in cui solo la strada si distaccava dal brullo paesaggio, però i muri di separazione erano dappertutto, a circondare Betlemme, a circondare gli insediamenti ebraici (probabilmente ebrei russi immigrati), a circondare i campi profughi, dove marcivano i palestinesi cacciati dalle loro terre nel 1948, e dove dopo 60 anni continuano a sopravvivere con acqua di botte e nient’altro. Sorrido al pensiero delle polemiche italiane sull’immigrazione, forse qualcuno dovrebbe farsi un giro da queste parti a riordinarsi le idee. Si arrangiano, fabbricano presepi e statuine in legno d’ulivo e li rivendono per poco ai turisti, si arrabattano, e sentendo parlare l’anziano sindaco, che ci ricorda la forte presenza cristiana a Betlemme e i buoni rapporti tra questi ed i musulmani, capisco che hanno bisogno d’aiuto, ma che non molleranno mai, come le suorine di Emmanuel, che qualche anno fa, non secoli ma anni, hanno resistito al muro che voleva spaccare in due, come una mela, il loro convento. Mi sento orgoglioso di questa gente, come l’orfanotrofio dove una suora di Oristano salva i bambini e le madri, come l’ospedale sovvenzionato dagli europei che dal 1952 salva tutti. Si può solo migliorare.                                                                         [Stefano]

 

                      pergamena consegnata al sindaco di Betlemme

Casella di testo: I Pellegrini della Francigena,
nel loro cammino da Roma a Gerusalemme,
giungono a Betlemme
alla ricerca dell’unico Dio
invocato dai fedeli delle tre religioni monoteiste.
Possa il bambino di Betlemme
operare il miracolo di vera fratellanza
tra tutte le genti oppresse dagli odi e le guerre
sul suolo segnato dalle orme dei loro padri.
L’Amministrazione Civica di Altopascio
unita a quella di Betlemme e alle città storiche del
Mediterraneo, si adopreranno affinché mai più
conflitti, muri ed incomprensioni
dividano le genti di questi luoghi santi.
Giunga a tutti i popoli d’Europa e del mondo
il messaggio di amore, pace e fratellanza
dei nostri 55 pellegrini.
		Betlemme, novembre 2008
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Pietre di Gerusalemme, delle case, mura, lastricati di strade, soprattutto. Lustrati da miliardi di passi in migliaia di anni. 
Cemento tra Gerusalemme e Betlehem. Un muro di cemento costruito da poco, per proteggere? Per dividere? Come se non fossero abbastanza divise e una contro l’altra le persone. Muro un po’ indecente, incongruo, brutto. Fonte di altra sofferenza, di miseria che cresce, di rancore che cresce. Qualcuno ci ha disegnato sopra grandi figure di animali, ceppi di olivi tagliati, la colomba della pace col giubbotto antiproiettile; frasi battagliere, frasi di speranza di Arundhati Roy, battute ironiche: “Make tea, not war!”. Colori, pensieri, presenze, forse per nascondere lo squallido cemento da bunker. Quando qualcuno riesce a sorridere non tutto è perso. Mi viene in mente il sorriso luminoso della ragazza Isabella, suorina a Betlehem, che si è fatto il pellegrinaggio a Roma del 2000 a piedi e in bici e sta cercando di metter su un cammino sui passi di Abramo. Non tutto è perso.                                               [Francesca]

 MURI

E mentre camminavo per le  tue vie, Israele
la testa alta nel vento
negli occhi , vivida, la luce della speranza
un muro immane mi ha sbarrato la strada.
Un muro alto, possente, dalle lisce pareti grigie
tatuate da graffiti di morte e di vendetta.
Un velo cinereo mi è calato sul cuore
come un sudario di morte che spegne i sogni.
Perché, perché la storia quasi sempre si ripete
perseverando nel male e nel dolore e troppo spesso
i mostri partoriscono mostri?
Perché l’uomo raramente impara dagli errori commessi
e tanti muri, reali o virtuali
separano fratello dal fratello?
Ma tutti i muri terreni
han bisogno di basi solide e forti
per radicare fondamenta durature e potenti.
Allora volgi il tuo sguardo in alto, oltre quei muri
e scorgerai sempre il cielo.
Lassù non si erigono muri né barricate.
Non si imprimono orme.
Non rimangono vestigia degli eventi trascorsi.
 Lassù tutto è permeato dell’amore dolce di Dio.

                                          Lia Luchi

 

 
 

                                                                                                                      IL MURO

Nel 2002 è iniziata la costruzione del muro di separazione.
     Si tratta di un muro in cemento alto 8 metri, con  filo spinato e recinzione elettrificata, dotato di torri di controllo, sensori elettronici e telecamere, torrette per cecchini e strade per le vetture di pattuglia. Ultimato dovrebbe superare i 750 km.
     Il percorso seguito dal muro attraverso la Cisgiordania è il risultato di una massiccia confisca e distruzione di terra coltivata. La parte completata finora ha sottratto 107 Km2 di territorio ai Palestinesi. Secondo i dati del 2004, la costruzione del muro aveva già sradicato 102.320 alberi palestinesi (ulivi e agrumi), demolito 300 Km2 di serre e 37 Km di condutture per l'irrigazione.
     A ciò si aggiunge la costante demolizione di edifici. Per esempio, all’inizio del 2003, un mercato di 63 negozi è stato demolito dall’esercito israeliano nel villaggio di Nazlat Isa, dopo che i proprietari ebbero ricevuto un preavviso di soli 30 minuti. Nell’agosto di quello stesso anno, altri 115 negozi che costituivano un’importante fonte di reddito per numerose comunità, furono demoliti insieme a parecchie case.
     I danni provocati dalla distruzione della terra e delle proprietà, a causa della costruzione del muro, sono irreversibili e gli effetti sulla popolazione palestinese sono devastanti: perdita della terra, imprigionamento in ghetti, isolamento in aree di fatto annesse a Israele, dure restrizioni alla libertà di movimento con perdita di lavoro, esodo forzato. Già con la costruzione della prima parte, 6.500 persone hanno perso il lavoro, ciò ha causato un tasso di disoccupazione che dal 18% del 2000, ha raggiunto il 78% già fin dalla primavera del 2003. 
  
 Il muro e i 734 check-point impediscono la libertà di movimento e incidono su tutti gli aspetti della vita sociale dei palestinesi: specialmente la salute e il sistema educativo. Molti villaggi restano senza accesso a una clinica o a un ospedale. Insegnanti e studenti raggiungono con difficoltà le scuole. Un recente rapporto, pubblicato dal Ministero dell'Istruzione, afferma che 2.898 studenti non sono stati in grado di continuare i loro studi come conseguenza diretta del muro.
    Il muro  a est di Gerusalemme, una volta completato, sarà lungo circa 70 Km e isolerà circa 200.000 palestinesi residenti a Gerusalemme est, dal resto della Cisgiordania. Il percorso del muro è collegato a tangenziali e insediamenti che insieme formano un’efficiente barriera da Ramallah a Betlemme.
    Il muro a nord di Gerusalemme, invece, sta isolando 15.000 palestinesi con carta d’identità israeliana, dalla città, dai loro legami familiari e sociali e dai servizi pubblici. Per facilitare l’accesso dei coloni illegali a Gerusalemme est, invece, è stata costruita una circonvallazione che accerchia i quartieri palestinesi. Una volta completato il muro, 54 insediamenti israeliani illegali e 142.000 coloni saranno incorporati a Israele riducendo ulteriormente il territorio palestinese e rendendo di fatto impossibile la realizzazione di un futuro Stato Palestinese.
   Il 9 luglio 2004, la Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia ha emesso il suo parere sulla questione sottoposta dall'Assemblea generale dell'ONU, affermando che: «L’edificazione del Muro che Israele, potenza occupante, è in procinto di costruire nel territorio palestinese occupato, e il regime che gli è associato, sono contrari al diritto internazionale».                                                  
              [Franca]

                                                                                                        

8 novembre

GERUSALEMME

Stamani impegno per la S. Messa al Cenacolino e poi giornata libera.
      È stata fatta la proposta di andare al Santo Sepolcro a fare un po’ di adorazione domenica mattina alle 4 e poi S. Messa alle 6. Amedeo, io, Anna e Piero abbiamo deciso di andarci stamani. Dopo un’ora e mezzo di fila finalmente sono entrata, ma non ho visto né sentito più niente, ero come sospesa nel vuoto e avvolta nella nebbia. Uscita fuori ho avuto come un giramento di testa e questa sensazione di abbandono è un qualcosa che resterà indelebile nel mio cuore, e so che non vorrò rientrare là perché non voglio cancellare questa grandissima emozione.
     Poi via per il suq, sui tetti di Gerusalemme e fuori le mura nella città nuova, e lì abbiamo mangiato un panino davanti al municipio. Rientrati in albergo Amedeo ha detto che si voleva riposare, ma io non ne avevo voglia così mi sono messa alla ricerca di qualcuno che venisse con me e indovinate chi ho trovato? Simonetta.
     Girovagando nel suq a cercare pensierini da portare a casa e contrattando i prezzi ci siamo divertite moltissimo. Volevo un vestito arabo e mi hanno chiesto 140 € e io di rimando ne ho offerti 20 e tira e molla ho vinto io e a questo punto l’ha comprato anche Simonetta.
     I vestiti erano troppo lunghi e noi velocemente abbiamo fatto l’orlo così per la cena l’abbiamo indossato: eravamo proprio eleganti. La serata è finita con un incontro di gruppo scambiandoci le nostre impressioni, le nostre sensazioni, le nostre aspettative per il futuro dopo questa meravigliosa esperienza vissuta intensamente anche per la presenza di don Lucio.                [Bruna                                                                                             

 Ultima sera, a Gerusalemme. Sembra quasi impossibile: che questa traversata del deserto sia ormai finita. Cosa ci porteremo a casa? La valigia è quasi pronta, resta solo da chiuderla, e magari infilarci qualche ultima cosa (la sorpresa di don Lucio?). Ma le sorprese sono già state tante, forse troppe; questi ultimi giorni mi sono sentita arida, come prosciugata: una marea che si ritira, lasciando la spiaggia piena di sporcizia e detriti. Forse ora inizia un tempo più duro e difficile: raccogliere i pezzi dispersi e anche dolorosi, e rimetterli insieme. L’influenza non mi abbandona, e la stanchezza: la strada è stata così lunga e accidentata, che questi ultimi passi paiono cosa aspra e superflua. E tornare a casa ancor più ardua. Domani è domenica: Gerusalemme vorrà ancora dirmi qualcosa?      [Angela]

     9 novembre

Rientro in Italia

“And the sons of strangers shall build up thy walls” Isaiah 60,10 [su un cippo sotto le mura, dalla parte del Monte Sion]. Siamo tutti, stranieri, in questa terra – e anche loro, ma forse non lo sanno: lo mostrano quei cimiteri gremiti, saturi, sulla collina degli ulivi (baciati dal sole, stamattina: una mattina benedetta dal sole; ieri era foschia, e oggi è domenica). Me ne vado di qui: con la gioia e la tristezza nel cuore, e prometto di ritornare. È stato così breve e parziale il mio passaggio, su questa terra: non ho baciato questo suolo sacro di parole di Dio e lacrime degli uomini, non ho mangiato abbastanza polvere di queste strade, non ho incontrato una donna (dove sono le donne, di Palestina? nascoste nelle loro case, sotto ai loro veli), non ho seduto a tavola con questa gente, non ho diviso il loro pane (non si incontrano le persone, negli hotel). Ho attraversato questo mondo come si cammina verso un miraggio. Ma il mio cuore forse non è grande abbastanza (e forse è ancora in Messico).
   Ma qualcosa aveva ancora da dirmi, Gerusalemme: che non si può star soli, che c’è bisogno – terribile e miracoloso bisogno – d’una comunità di donne e di uomini, a cui affidare le speranze e le lacrime, che da sole s’infrangono sulla dura pietra, e non bagnano la terra. Lascio che il sole asciughi la mia tristezza: sulle bianche mura di Gerusalemme lavate da questo mattino limpido e quieto, che prepara e addolcisce il nostro commiato (non è facile lasciarla, Gerusalemme; e nemmeno voi, amici di questa lunga e provvisoria strada). Sono fuggita stamattina da quella chiesa come una ladra, e senza aver rubato nulla: nulla, all’improvviso, era mio lì dentro. E la luce fuori era abbagliante, del mattino: la città un budello di vicoli in penombra, violati dai primi raggi: il sole stava salendo oltre i merli delle mura; lì fuori era il mio posto, sola. Ma poi era questo, che volevi dirmi, Gerusalemme: che il sole e il vento non basta, senza la mano e lo sguardo e la parola fraterna.                                                                                                                               [Angela]       

                                                                          LA QUESTIONE ISRAELO-PALESTINESE

Fin dai tempi in cui frequentavo l’Istituto Magistrale, ho sempre seguito con vivo interesse e umana partecipazione le tragiche vicende del popolo ebraico e la questione Israelo–Palestinese.
    Nel corso degli anni, attraverso letture e incontri culturali, ho cercato di approfondire le mie conoscenze allo scopo di esprimere un giudizio il più obiettivo possibile sull’attuale situazione mediorientale.
    Tutto questo per dire che una delle motivazioni alla mia partecipazione a questo pellegrinaggio così speciale è stata l’opportunità, finalmente, di vedere con i miei occhi che cosa significano nella quotidianità parole come “Kibbutz”, “Territori occupati”, “Occupazione militare”, “Muro di separazione”, “Nuovi insediamenti di coloni israeliani”… e anche di capire come un cristiano come me, oggi, possa testimoniare i valori di giustizia e di pace del Vangelo.
    Il pellegrinaggio mi ha segnato profondamente. Arrivare a Gerusalemme, dopo una strada lunga e tortuosa come la nostra, è stata un’esperienza molto significativa: di grande gioia e di grande amarezza per la bellezza e la sofferenza che questa Terra racchiude. E lasciarla non è stato facile, perché qui, forse, è la risposta a molte nostre domande.

    Al mio ritorno, per rielaborare il groviglio di sensazioni e di emozioni provate, mi sono messa a svolgere un’accurata ricerca dei fatti storici che hanno portato la Terra Santa, negli ultimi 50 anni, all’attuale drammatica situazione. Poiché è impossibile negare la Storia, credo sia più saggio accettarla e trarre da essa tutti gli insegnamenti. Mi auguro che i problemi che nel passato hanno trovato soluzioni cruente, trovino adesso soluzioni negoziali.                                                                                                                                                                                                                      
[Franca]

 In che consiste la questione israelo-palestinese?

La questione israelo-palestinese nasce dal fatto che due popoli, quello Arabo-Palestinese e quello Ebraico-Israeliano, rivendicano entrambi dei diritti nazionali sullo stesso territorio.
     Affrontando l’argomento dal punto di vista storico, è necessaria una breve premessa. La Palestina, come l’Italia e qualsiasi altro stato moderno, ha avuto confini diversi a seconda del tempo; le popolazioni che vi hanno abitato, le lingue che si sono parlate e le religioni che si sono professate, sono il risultato di numerosi avvenimenti storici. Nei secoli passati è stata infatti conquistata, persa e poi riconquistata da molti popoli: Egizi, Filistei, Ebrei, Romani, Bizantini…
    In epoca più recente, nei quattro secoli che vanno dal 1500 alla prima guerra mondiale, questa regione faceva parte dell’Impero Ottomano: era quindi governata dai turchi e abitata in maggioranza da popolazioni arabe, che parlavano lingua araba e professavano religione islamica. Per il resto, il 20-25% erano arabi cristiani e l’8% ebrei.
    Con la prima guerra mondiale l’Impero Ottomano è sconfitto e smantellato per cui le due grandi potenze europee, Francia e Inghilterra, si spartiscono il Medio Oriente: la Palestina e la Giordania vanno sotto il controllo (il mandato) britannico, la Siria e il Libano sotto quello francese. È in questa fase che la Palestina assume gli odierni confini: a nord il Libano e la Siria, a est la Giordania, a sud l’Egitto.

                                   Quando nasce il problema con gli Ebrei in Palestina?

Il problema nasce alla fine dell’800, quando un giornalista ebreo austriaco, Teodor Herzl, afferma la necessità di costruire uno Stato per gli Ebrei in Palestina, perché “solo nella terra degli avi promessa da Dio, gli Ebrei potranno sentirsi uguali a tutti gli altri popoli e non essere discriminati”, come era avvenuto in Europa per secoli da parte delle popolazioni europee. Da queste idee nasce il Sionismo, che si prefigge di creare uno stato fondato sulla religione e sulla razza, in una terra già abitata da altre popolazioni, in larga maggioranza non ebree. In Palestina, nel 1895, c’erano infatti  644.000 Arabi (92%) e 56.000 Ebrei (8%). 
   
Con il Sionismo comincia una lenta immigrazione di ebrei in Palestina, molto lenta poiché solo una minima parte degli ebrei era disposta a lasciare gli stati europei in cui abitavano da secoli. Per la costruzione di un nuovo Stato, erano però indispensabili tre elementi fondamentali: il territorio, la popolazione e l’accordo con una potenza mondiale che permettesse la realizzazione di questo progetto. I fatti storici del ’900 favorirono tutte queste condizioni.

                                             Le radici dello stato di Israele (1917-1948)  

La grande occasione si presenta con il mandato britannico: la Gran Bretagna, grande potenza mondiale di allora, passa a controllare la Palestina dopo la sconfitta dell’Impero Ottomano e nel 1917 con la “Dichiarazione Balfour” approva e aiuta il progetto sionista. L’Inghilterra era infatti interessata a creare, in quelle terre abitate in maggioranza da arabi, una colonia di coloni europei filo-britannici, che le agevolasse il controllo sul Canale di Suez, molto strategico per i suoi traffici. 
    Per favorire l’immigrazione ebraica in Palestina, gli inglesi promulgano leggi e regolamenti che favoriscono l’acquisizione di terre da parte degli ebrei europei. Riconoscono inoltre all’Organizzazione Sionista la giurisdizione sulla popolazione ebraica, creando così un embrione del futuro stato ebraico. Le popolazioni arabe vengono invece svantaggiate in ogni modo, anche attraverso la loro suddivisione in piccole comunità e lo strangolamento della loro economia.

     L’immigrazione, grazie a tali politiche, aumenta e vengono costruite le prime colonie agricole (kibbutz). Nel 1929 gli ebrei sono già saliti a  170.000.
     Il Nazi-fascismo in Europa, con le leggi razziali e la persecuzione degli ebrei, incrementa ulteriormente l’immigrazione e fa sì che migliaia e migliaia di ebrei emigrino in Palestina. Dal 1932 al 1938, in soli 6 anni, emigrano in Palestina il doppio di quelli che erano emigrati nei 130 anni precedenti. Nel 1936 gli ebrei sono già 400.000. Aumenta quindi sempre di più l’acquisizione di terre: delle nuove terre solo il 5,6% del territorio sottratto ai palestinesi viene comprato, il resto viene occupato (nel 1925 solo il 7% del territorio era in possesso di ebrei).   

     A partire dagli anni ’30 il rapporto Palestinesi-Ebrei, sino ad allora pacifico, diventa conflittuale, a causa del massiccio arrivo di ebrei, dell’occupazione di molte terre arabe e della politica inglese di discriminazione delle popolazioni arabe.
     Le tensioni sfociano nell’Intifada (1936-39), la lotta della popolazione araba nel disperato tentativo di arrestare la spoliazione della propria terra, che si realizza in uno sciopero generale di 6 mesi, attentati e scontri armati quotidiani tra palestinesi, immigrati ebrei europei e inglesi. La grande rivolta araba viene repressa con estrema durezza da parte del governo inglese.

                                              Nascita dello stato d’Israele (1947-1949)

Nel 1947 l’Inghilterra rinuncia al mandato sulla Palestina.
Le Nazioni Unite, per porre fine alle tensioni nella zona, propongono come soluzione il “Piano di Spartizione della Palestina” (risoluzione 181) secondo cui si sarebbe dovuti formare due stati indipendenti con: 
      - il 56,5% del territorio agli Ebrei (che erano 500.000, il 30% del totale), 
      - il 42,5% ai Palestinesi (che erano più del doppio,  1.150.000, il 70%). 
La città di Gerusalemme, dentro il territorio palestinese, sarebbe diventata zona internazionale controllata dalle Nazioni Unite. I due stati sarebbero stati misti, ma mentre in Israele popolazione araba ed ebrea sarebbe stata quasi pari, nello Stato Palestinese gli Ebrei sarebbero stati in netta minoranza.

     Il piano viene accettato dagli Ebrei, ma non dai Palestinesi e dagli altri Stati Arabi, che non accettano l’evidente squilibrio nella divisione delle terre a vantaggio degli ebrei, né di dover pagare - per conto degli europei - le tremende colpe dello sterminio attuato dal nazi-fascismo contro la popolazione ebraica.

     Il 15 maggio 1948 gli ebrei proclamano la costituzione dello  Stato di Israele.

                  Prima guerra arabo-israeliana (1948-1949) e Nakba palestinese

In seguito alla proclamazione unilaterale, da parte ebraica, dello stato di Israele, una coalizione di stati arabi della regione (Egitto, Giordania, Siria, Iraq) muove guerra al nuovo stato.
    La guerra si conclude con la vittoria di Israele, che era molto meglio armata.
    La vittoria consente al nuovo stato sionista:

     -             
di occupare molto più territorio di quello assegnato dalle Nazioni Unite. Israele si prende il 78%, mentre ai Palestinesi resta il             22% della Palestina: la Striscia di Gaza sotto il controllo dell’Egitto, la Cisgiordania (West Bank) e Gerusalemme Est sotto il
            controllo della Giordania

-              di espellere gran parte della popolazione araba dal territorio conquistato. Durante la guerra vengono espulsi 750.000 palestinesi da 450 villaggi sparsi nell’attuale Stato di Israele. Oggi questi villaggi (come per esempio Hattin) non esistono più perché furono completamente rasi al suolo.

È allora che nasce il problema dei profughi palestinesi: molti arabi si rifugiano infatti nei campi profughi in Libano e in Giordania, mentre i 200.000 palestinesi rimasti nello Stato di Israele vengono fin da subito espropriati e discriminati.
Quest’evento terribile (la guerra e il conseguente esodo della popolazione), che è alla base della fondazione dello Stato di Israele, è chiamato dai Palestinesi Nakba, cioè sciagura, disastro; per questo ovviamente si oppongono alle celebrazioni della “nascita di Israele”, che è per loro motivo di lutto.
La questione israelo-palestinese, da quell’anno fino ai nostri giorni, riguarderà dunque sempre due aspetti: il territorio e la popolazione.
Da una parte gli israeliani che tentano di conquistare sempre più territorio e di riempirlo di popolazione ebraica, creando nuovi insediamenti e favorendo l’immigrazione ebraica da tutto il mondo.
Dall’altra parte i palestinesi che tentano di riconquistare il territorio perduto, di non andare via e di non farsi cacciare. Una resistenza che porta, nel 1964, alla nascita dell’OLP (Organizzazione per la liberazione della Palestina) e del movimento di resistenza palestinese AL FATAH, guidato da Arafat.

                              La guerra dei sei giorni (1967) e i Territori Occupati

Con una guerra lampo di soli sei giorni, l’esercito israeliano sconfigge i male armati eserciti di Siria ed Egitto e conquista tutta la Palestina, sottraendo le Alture del Golan alla Siria e il deserto del Sinai all’Egitto; si annette inoltre la parte est di Gerusalemme e sposta la sua capitale da Tel Aviv a Gerusalemme
    Rispetto alle cause del conflitto, vi sono versioni discordanti. All’epoca l’esercito israeliano affermò di aver reagito a sospetti movimenti di truppe egiziane. Molto più tardi vari generali e storici israeliani hanno ammesso che si trattò in realtà di un attacco a sorpresa, preparato da molto tempo allo scopo di espandere ancora una volta il territorio dello stato ebraico.

     Con la Risoluzione 242 le Nazioni Unite dichiarano che Israele deve ritirarsi dai territori occupati. Israele però non si ritira e stabilisce un’occupazione militare stabile su tutta la Cisgiordania e la Striscia di Gaza, che da allora prendono nome di “Territori Occupati”. Si verifica così un nuovo esodo di palestinesi che vanno a ingrossare la massa di profughi del conflitto del 1948.
     Nasce allora la strategia di occupazione israeliana attraverso gli insediamenti di coloni ebrei nei territori occupati, intorno a Gerusalemme Est e lungo il fiume Giordano. Una strategia attuata da tutti i governi israeliani che si sono succeduti da allora fino a oggi e che viola la risoluzione 242 dell’ONU. Una tattica volta ad appropriarsi di più territorio possibile con all’interno meno palestinesi possibile e che costituisce uno degli ostacoli maggiori alla via del negoziato.
    L’OLP riunisce tutti i gruppi della resistenza con Arafat presidente.

                       Dopo il 1967: resistenza palestinese e accordi di pace

Nel 1974 si verifica una svolta diplomatica importante: Arafat è invitato all’ONU come rappresentante del popolo Palestinese; il Consiglio Nazionale Palestinese considera ormai lo Stato Israeliano un fatto  storico e chiede di costruire un proprio Stato indipendente a fianco di quello Israeliano, nei Territori Occupati (Gaza e Cisgiordania, ossia il 22% della Palestina storica).
    Tra il
1987 e 1992 si sviluppa la Prima Intifada nei territori occupati. Scoppia dopo 20 anni di occupazione, che ha prodotto 139 insediamenti abitati da 60.000 coloni. È una rivolta spontanea non armata di massa della popolazione, con manifestazioni, scioperi, disobbedienza civile, chiusura di negozi, boicottaggio dei prodotti israeliani. Segue una repressione spietata con coprifuoco, migliaia di arresti, uccisioni (2.000 i morti), demolizioni, sradicamento di alberi… 
    Nel
1988 all’assemblea generale delle Nazioni Unite, Arafat ribadisce la Risoluzione  ONU 194, secondo cui i profughi palestinesi espulsi nel 1948 hanno diritto al ritorno e a essere risarciti delle perdite della terra e della casa, prevedendo compensi per quelli che non desiderano esercitare tale diritto.
    Nel
1993 si stabiliscono gli accordi di Pace di Oslo tra Arafat, Peres e Rabin. 
    Cosa prevedevano? Il
processo di pace, voluto dagli USA per stabilizzare il Medio Oriente (strategico per il petrolio), divideva i territori occupati (Cisgiordania e Gaza), in tre zone. Nei primi mesi tutte le città sarebbero state liberate (zona A), mentre nell’arco di 6 anni quasi tutto il territorio rimanente (zone B e C) sarebbe poi passato gradualmente ai palestinesi. L’accordo si fondava sulla convinzione che il rispetto e l’attuazione del processo di pace, avrebbe creato un clima di fiducia fra i due popoli con la possibilità alla fine di risolvere i problemi più spinosi: territori occupati, insediamenti abusivi dei coloni, profughi e status di Gerusalemme.
    Che cosa avviene concretamente? Il processo di pace funziona solo i primi mesi: vengono
liberate città come Gerico e Gaza, e Arafat può tornare in Palestina dopo 25 anni di esilio. Dopodiché il processo si interrompe, anche per l’assassinio di Rabin, nel 1995, da parte di un estremista ebreo.
    Con il tracollo del processo di pace, le zone palestinesi autonome liberate, separate tra loro dal territorio israeliano che vi si frappone, si vengono a trovare in una situazione economica disastrosa, con livelli molto alti di disoccupazione, il dilagare della corruzione e la crescita abnorme dell’apparato burocratico. Nel frattempo gli insediamenti ebraici continuano a crescere: nel 2000 si arriverà a 170 colonie con 200.000 coloni.
    Nel
2000 si aprono i  negoziati di Camp David: voluti dal Presidente degli Stati Uniti Clinton, alla fine del suo mandato; sono un fallimento. I palestinesi non accettano un “piano di pace” che li obbligherebbe ad accettare condizioni inaccettabili, tutte a favore di Israele:

-              divisione della Cisgiordania in tre regioni non collegate fra loro (per consentire ai nuovi insediamenti ebraici di far parte dello Stato di Israele), cioè uno stato senza continuità territoriale;

-              esclusione dalla città vecchia di Gerusalemme: la sovranità palestinese sarebbe stata circoscritta soltanto alla Spianata delle Moschee, collegata con un tunnel sotterraneo alla periferia araba;

-              rinuncia al ritorno dei profughi.

Il 2000 è l’anno della visita di Papa Giovanni Paolo II nei territori occupati.

                                                                  Dopo il 2000: l’attualità

Nel settembre 2000, la provocazione di Sharon (capo del Likud, il partito della destra israeliana) che si reca sulla Spianata delle Moschee con centinaia di poliziotti, fa esplodere la Seconda Intifada, che si estende oltre ai territori occupati, anche nelle regioni arabe d’Israele come la Galilea. È segnata da scontri molto violenti tra palestinesi ed esercito israeliano, con atti di brutale repressione che colpiscono l’intera popolazione palestinese, ridotta allo stremo e chiusa in campi profughi o in città sovraffollate, devastate da incursioni israeliane. 
    La nuova strategia di
Hamas (“Movimento di Resistenza Islamica", nato a Gaza nel 1988, che aspira alla formazione di uno Stato islamico sull'intero territorio della Palestina storica) di ricorrere ad attentati suicidi contro i civili ebrei acuisce ulteriormente la tensione, facendo irrigidire le posizioni degli israeliani. Sharon vince le elezioni nel 2001 e avvia la costruzione del muro, che toglie ulteriore terre ai Palestinesi (essendo costruito all’interno dei territori occupati) e rende la vita di milioni di palestinesi ancor più un inferno, costringendoli a vivere in prigioni a cielo aperto (come purtroppo abbiamo visto con i nostri occhi). 
    Nel 2004, la
morte di Arafat, leader dell'OLP, e l'elezione del suo successore Abu Mazen portano, tra azioni di guerriglia e contro-guerriglia, attentati palestinesi, "uccisioni mirate" e dure ritorsioni israeliane contro civili palestinesi, allo sgombero della Striscia di Gaza, unilateralmente disposto nel 2005 da Sharon.
    Nel 2006
Hamas vince le elezioni legislative con una larga maggioranza. Tale vittoria non è riconosciuta nel mondo occidentale (a causa della natura del movimento, da molti ritenuta terroristica), che dispone un duro embargo economico contro i palestinesi, aggravando ulteriormente le loro condizioni di vita.
     Tra il 2000 e il 2008, sono uccisi 5.389 palestinesi (194 donne, 995 bambini); 1050 sono i morti israeliani. 32.720 sono i palestinesi feriti, 3.530 con handicap permanenti. 135 malati sono morti a causa dell’impossibilità di raggiungere gli ospedali. Sono stati registrati 70 parti ai check-point e 35 neonati sono deceduti a seguito di complicazioni igienico-sanitarie. L’esercito israeliano ha chiuso il 65% delle strade di Cisgiordania e Striscia di Gaza. I posti di blocco sono 630, di cui 93 con presenza di soldati e 537 formati da barriere di cemento e terra. La costruzione del muro continua, così come quella degli insediamenti ebraici…

 

                     e ora… le domande di don Lucio!

                                                            Che cosa abbiamo visto?

Non so bene che cosa mi aspettavo da questo viaggio, pur sapendo l’enorme storia che questo popolo ha avuto nel passato e l’importanza religiosa che ha ancora oggi per tutti i paesi con religioni monoteiste. Mi sono lasciata coinvolgere giorno per giorno, sapendo che sarebbe stato speciale sia perché era la conclusione del nostro pellegrinaggio, sia per i luoghi che attraversavamo.
    In questo viaggio ho visto deserti di roccia dai colori cangianti secondo la posizione del sole, monasteri scavati  nella pietra come quello di San Giorgio, a strapiombo sul torrente, e quello delle Tentazioni a Gerico, ho visto dalla terrazza dell’albergo Stella Maris sul monte Carmelo la città di Haifa illuminata che mi è sembrata la scia di una cometa, basiliche e chiese con immagini sacre molto belle, specie nelle chiese ortodosse, il lago di Tiberiade da dove si vedono i Corni di Hattin, così chiamati per la loro forma, e poi Qmran, dove sono state ritrovate pergamene con testi scritti di 2000 anni fa, sembra quasi impossibile!, Masada interamente ristrutturata con il palazzo fortezza di Erode, e poi la curiosità del Mar Morto che tutto tiene a galla a causa della sua concentrazione salina, il caravanserraglio e resti della città romana Bet She’an. E poi ancora un bell’incontro: alla cerimonia della Peregrinatio Flumen Iordanum era presente un gruppo di scout tra cui una bambina, ci siamo guardate e piaciute, grandi sorrisi e foto di prassi, la stessa bambina l’ho rincontrata  qualche giorno dopo presso la comunità melchita di Gerico di padre Feras,  ho saputo allora che “guarda caso” ha il mio stesso nome, Giuliana. Lei mi ha regalato una manciata di caramelline e io il gagliardetto che avevo allo zaino: buon segno, no? chissà!! Ho visto inoltre troppe persone armate, molti muri troppo alti, ricchezza e povertà, sopraffazione di un popolo su un altro e anche intolleranza tra le varie confessioni religiose, ma anche persone ammirevoli che con umiltà e slancio si dedicano alla causa dei più deboli, come a Ramallah e Betlemme.  Poi infine ho visto Gerusalemme, che mi è sembrata una piccola gemma preziosa e rara, custode di tanta storia e, perché no?, anche di speranza.
    È stata una bella esperienza in cui credo di aver ricevuto più di quello che ho dato. Per tutto questo ringrazio gli organizzatori, Renzo, Giovanni e Don Lucio e tutti i  pellegrini compagni di viaggio.                    
[Giuliana S.]

 

         Terra Santa

Troviamo una terra piena di contrasti non facile da capire e da vedere a vari strati: biblico-religioso, storico, paesaggistico, odierno. 
Quest’ultimo è caratterizzato da una lotta spietata che si danno due popoli per la loro sopravvivenza in questa zona e che semina soltanto odio, dolore, disperazione e miseria. In questa terra dai forti contrasti puoi trovare il paradiso e l’inferno.
   
Ricordo tante cose che mi hanno colpito e mi sono rimaste impresse.
     Ricordo i richiami del muezzin, particolarmente il primo che squarcia la notte e annuncia l’alba. Ricordo campanili e minareti, che si distinguono solo tramite la croce sfavillante o la mezzaluna.
    Ricordo il lamento degli ebrei al Muro del Pianto, ma anche la loro aria gioiosa e di festa nello Shabbat. Mi ha colpito con quale gioia e premura un padre ebreo ortodosso accompagnava alla sinagoga il figlioletto, tutti e due con la foggia tipica: boccolini alla tempia, cappello nero il padre, berrettino nero il ragazzo.
    Ricordo il ragazzo arabo, che ci faceva da guida lungo lo wadi nei pressi dell’eremo di Kotziba. Galoppava sul suo asinello con il fazzoletto bianco svolazzante. Si sente libero, un piccolo re nel suo regno dello wadi. Farebbe pena vederlo vivere in città o lavorare in fabbrica. Durante la nostra sosta si accovaccia ai piedi della sua bestia. A mezzogiorno si sposta un po’ e si inchina  avanti. Forse sta pregando.
    A Gerico vedevo dal pullman in sosta tre donne arabe: la prima una ragazza con il fazzoletto nero, maglietta a maniche lunghe e pantaloni che procede a passo spavaldo e a testa alta; la seconda, forse la mamma, con lo chador a colori smorzati a testa china, che avanza a piccoli passi svelti quasi scivolando; la terza, forse la nonna, tutta in nero molto severa con un’espressione fra arrabbiata e rassegnata che ho visto tante volte nelle donne arabe anziane.
    Ricordo tanti alberi di una bellezza straordinaria: alberi con le foglie a mazzetti o con dei fiori colorati mai visti. Ad Haifa ho visto un eucalipto a spalliera appoggiato su un muro di un bianco smagliante, quasi un albero crocefisso, e poi gli alberi del Giardino degli Ulivi, il gigantesco sicomoro secolare di Zaccheo, la fila dei cipressi al mausoleo dei Saladini, un albero isolato su un colletto nei campi vicino ai Corni di Hattin dove il Saladino sconfisse le armate dei crociati, un bellissimo albero di pepe che abbellisce le aiuole davanti alla chiesa della Trasfigurazione sul Monte Tabor, con le foglie frastagliate e i grappoli dei granelli di pepe.
   
Probabilmente il poeta libanese Kahlil Gibran (1883-1931) fu ispirato da questi alberi in questa bellissima poesia:

Gli alberi sono poesie 
    che la terra scrive nel cielo
    noi li abbattiamo
    e ne facciamo carta

per scriverci il nostro vuoto.

    Ricordo rigogliosi frutteti di pompelmi o banane, ma anche campi dalla terra arsa rossa con sassi bianchi: “Viel Steine gabs und wenig Brot” (detto tedesco), “Tante pietre, poco pane”. 
    Ricordo tante sculture moderne molto suggestive nelle chiese e nelle piazze: una stele raffigurante la Madonna e l’Angelo all’altare della chiesa del Cenacolino, sculture anche nella Chiesa di Gallicantu, nel Santo Sepolcro e nella piazza di Nazareth davanti alla chiesa ortodossa. Particolari anche le incisioni sulle pietre lungo la passerella al Lago di Tiberiade: pezzi di catene, delle volte i fiori sostituiscono un anello della catena spezzata.
     Ricordo la linea ondulata dello wadi all’orizzonte, un paesaggio brullo quasi lunare, solo quando scendi dentro trovi l’acqua, l’erba e magari qualche fiorellino, alberelli e cespuglietti. Mi sembra quasi una parabola di questo Paese difficile.
    Ricordo la visita al Museo della Shoah che mi ha fatto riflettere molto, non solo perché sono tedesca. Anche qui sculture moderne molto espressive: stele bianche curvate e stroncate, e un’altra con un gruppo di persone che si stringono disperatamente piangendo con gli occhi sbarrati dall’orrore. Mi chiedo quali tracce traumatiche lasciano un millennio di persecuzioni, migliaia di pogrom e la Shoah. Forse per questo i ragazzi ebrei imparano meticolosamente a memoria data e luogo di pogrom e azioni contro gli ebrei. 

    State attenti, questo non finisce mai, perché siamo diversi e il diverso desta diffidenza e rifiuto, anche odio. Dice il poeta tedesco Bert Brecht: “Der Jude, ist immer der Andere, Seid wachsam denn der Bauch ist fruchtbar noch, aus dem dies kroch”, “L’ebreo è sempre l’altro, perciò vigilate, è fecondo il seno che ha generato tutto ciò”.

   Parole sagge che entrano nella vita quotidiana di noi tutti.                                         [Anna Maria H.]

 

Oggi, sono abitata dalla gioia dell’incontro, della scoperta di nuovi compagni, in particolare i più giovani. Sono abitata dalla felicità del rivedere Israele. Alcune immagini forti resistono ancora al tempo.
Così posso ricordare:
     A Nazareth: stupore vedendo la chiesa enorme costruita sull’umile casa di Maria e Joseph; ma l’umana grandezza non perviene a sotterrare il luogo dell’Umilità. La sera, con Angelita e altri, il Rosario animato da Palestinesi cristiani, fu un bel momento di preghiera molto serena.
     Il cammino di Arbel: certo la storia dei Crociati, ma di più la bellezza della pianura deserta. Dentro di me, ho detto che Gesù l’aveva percorsa al momento di Pasqua, quando era coperta di verdura novella e di fiori…
     Betania: dolcezza dei giardini, tenerezza di Gesù per i suoi amici, il loro dolore diviene il suo e piange. Arrivata a piedi a Gerusalemme, la vista sul cimitero di pietre (“Non cercatemi tra i morti”).
     Santo Sepolcro: tanta grandezza umana per glorificare il luogo della crocifissione di tre poveri tipi. In mezzo ai ladroni: il Nostro Signore. Non c’è un luogo che celebra la sua Resurrezione, ma facciamo memoria della sua Resurrezione durante la Messa celebrata da don Lucio nella sobria chiesa dell’Apparizione. Qui si dimentica presto il rumore dei gruppi all’interno del Santo Sepolcro.
     Israele: Terra Santa, ma anche terra d’umana violenza fatta ai suoi popoli e ai suoi figli, ma qui c’è un prete francescano, pieno di rotondità e di solidità nell’attività della scuola aperta ai Musulmani e ai Cristiani, ci sono religiosi nella costanza, ogni giorno, alla preghiera nel silenzio. In Israele il Cristo fa ogni giorno la sua Incarnazione… e la sua Passione, come a  Betlemme.
    Non posso lasciare fuori i momenti allegri e comici: il bagno nel Mar Morto, gentili chiacchiere con Angelita, la mia collega di camera, e anche la ridarella (a causa delle bestiacce sui muri) nella camera a Jericho, nel primo albergo. 
    I cambiamenti del programma? una difficoltà per il consiglio, ma per me l’occasione di lasciar cadere nel fondo del bagaglio le mie certezze, trovare così il nuovo della vita.
Il pellegrinaggio in Terra Santa, dopo le due camminate precedenti (2006, 2007) è stato essenziale per me. Ho potuto oltrepassare una soglia, in coppia per chiudere il  pellegrinaggio, in Chiesa aperta e viva nel vostro gruppo. Per tutto questo rendo grazia a Dio e a ciascuno di voi, amici pellegrini. Posso dirvi queste parole nella fraterna amicizia.                                   [Michèle]

Che cosa portiamo a casa?

Non sono un carattere molto estroverso e non mi emoziono facilmente. Avendo poi visitato Israele più volte non mi aspettavo grandi novità o emozioni. E in effetti quello che abbiamo visitato mi era quasi tutto noto. Ma la grande novità è stata quella di aver viaggiato con un gruppo di amici che hanno condiviso con me altre esperienze di pellegrinaggio da più anni e che con me hanno anche percorso tutta la terra di Gesù. Questo solo fatto mi ha causato grande commozione: poter vedere sui loro volti sorpresa o meravigliata emozione nello scoprire i luoghi di cui si legge nei Vangeli, ma che fino a ieri erano lontani in un mondo di favola.
      Mi chiedo in questi giorni, dopo il ritorno a casa, cosa mi abbia colpito di più in questo pellegrinaggio. E scopro che due cose mi sono rimaste particolarmente nel cuore. L’avvicinamento a Gerusalemme a piedi passando da Betania e arrivando in cima al Monte degli Ulivi. Ho  seguito a piedi lo stesso tracciato che fece Gesù prima della Sua Passione!! Chissà come sarebbe stato bello e commovente se avessi potuto fare tutto il cammino salendo da Gerico! E la Via Crucis fatta la sera dopo cena sotto la guida di don Lucio in una via Dolorosa  silente e attenta alla funzione alla quale stavano partecipando molti di noi.
     E poi porterò nel mio cuore come caro ricordo due persone che ci hanno guidato nel nostro pellegrinaggio: la guida spirituale don Lucio con le sue profonde riflessioni e Giovanni la guida sul territorio con la sua incredibile umanità e religiosità.                Mario Rizzi di Dresano (MI)

Quando iniziammo questa avventura, era precisamente il 15 Giugno 2003, non avrei mai pensato che un giorno sarei arrivato a Gerusalemme.
     Dopo aver attraversato l’Italia da nord a sud siamo arrivati a fare il desiderato gran balzo ed è stata quindi per me, co
me penso per tutti, un’immensa gioia ed emozione varcare la Porta di S. Stefano e fare l’ingresso nella vecchia Gerusalemme.
    Indubbiamente quello di quest’anno è stato un pellegrinaggio ben diverso dai precedenti: si è camminato poco ma si è pregato molto. Il mio rammarico è stato così pienamente compensato. L’aver trovato un pellegrino come don Lucio è stata per me una vera sorpresa e, grazie alla sua guida, abbiamo potuto rivivere il cammino di nostro Signore Gesù.
    L’esperienza di questo lungo viaggio è stata bellissima e mi ha lasciato tantissimi ricordi. Nel nostro lungo andare da quel giugno 2003 abbiamo sofferto e faticato non poco, ma forse proprio per questo siamo diventati amici, particolarmente con quelli con i quali abbiamo scelto di essere Pellegrini della Francigena a nostro modo, ossia saccopelisti. 
   Un grazie di cuore a tutti e in particolare a Renzo che ci ha permesso di andare così lontano.   
Aldo Zanaboni di Dresano (MI)                                                                       

 Il percorso spirituale. Giorno per giorno, domande inquietanti e l’esercizio pacificatore del silenzio. Tornano in modo inaspettato atmosfere vissute molti anni fa, non so se oggi sono per me  più fonte di agitazione o il ritrovare, anche gioioso, qualcosa come l’oggetto di una nostalgia che avevo dimenticato.                                                                            [Francesca]


Cosa mi ha colpito del mio pellegrinaggio in Terrasanta?
     Ho visto con gli occhi del Gesù che camminava sul “mare di Galilea”, dove con certezza lì ha chiamato gli apostoli, lì ha sedato la tempesta e tante volte sicuramente l’ha solcato; e così nonostante la giornata piovosa ero felice. La sinagoga, vicino alla casa di Pietro, dove Gesù compì tanti miracoli perché fosse compiuto ciò che per mezzo del profeta Isaia era stato detto: “Egli ha preso le nostre infermità e si è addossato le nostre malattie” (Isaia 8,15).
     Ho “vissuto” nella piscina di Betesda la guarigione di quel poveretto che era storpio da 38 anni. Ho “sentito” l’amore di Dio in Bartimeo, cieco di Gerico. Ho pregato lungo la via dolorosa, percorsa anche oggi nel mondo da milioni di fratelli sofferenti nel corpo e nello spirito. Ma soprattutto ho capito la grandezza di Gesù nel discorso delle beatitudini, dove Gesù ha esposto lo spirito nuovo del Regno di Dio. Quanto è tenero e amoroso Gesù! ci ha dato la buona novella di un’eternità infinita nel grande amore di Dio.
     Non ho visto Gesù nella basilica del Santo Sepolcro, dove vige la prepotenza umana; ma vedo sempre Gesù nelle chiese dove magari ci passiamo davanti senza pensare che Lui è lì vivo, palpitante, e si contenterebbe (ne sono certa) anche di un breve cenno del capo fatto dall’esterno. Ho visto il dolore e la sofferenza di Gesù dove Lui è nato, e in ogni parte dove è calpestata la dignità che Dio ha dato a ogni uomo ed è stato violato ogni diritto umano.
      Un muro non è fatto solo di sassi o di cemento e così: “Ecco l’empio produce ingiustizia, concepisce malizia, partorisce menzogna” (Salmo 7,5). Ma nei credenti vive la fiducia e l’abbandono in Dio e così nel travagliato mondo odierno c’è una speranza: “Buono è il Signore, eterna la Sua misericordia, la Sua fedeltà per ogni generazione” (Salmo 100,5).
     Per quanto mi riguarda, vedo Gesù in ogni giorno della mia vita e anche se ne sono indegna cammina con me, è nel mio cuore e mi solleva e mi aiuta in tutte le mie dolorose vicende umane.
     Ciao a tutti i pellegrini, vi voglio bene                                  Angelita

 

E che cosa consegnamo?

Renzo, Lucio e Giovanni.

Le guide sono una necessità, e ancor più lo sono i maestri;  tutto quello che abbiamo vissuto è stato catalizzato da loro tre.
    Il condottiero, Renzo, ha guidato il gruppo con tutte le tecniche di comando più efficaci (sono un esperto, le riconosco), portando l’armata Brancaleone alla meta, in una terra che potrei definire, per certi aspetti, barbara (altro che paese civile), con sicurezza e soddisfazione di tutti.
    Il sacerdote, Lucio, è l’emblema di come dovrebbe pensare un uomo, un religioso, un sacerdote. Credo che abbia fatto (ma naturalmente è un’opinione personale) più lui per il gruppo in 19 giorni, di quanto possano aver fatto i suoi “colleghi” nell’arco di una vita. Ha affrontato temi con profondità rara e, per chi ha voluto sentire, ha detto cose che possono essere determinanti nel cammino di ognuno.
    L’angelo, Giovanni, con il suo faccione da Babbo Natale, mi è piaciuto al primo impatto. Profondo, cosciente, concreto, è la versione al maschile della guida di cui ho detto nella premessa; è qualcosa in più di un uomo, è la sua essenza profumata che inebria l’ambiente e aumenta la comprensione, dandoti la sensazione che sia sempre al tuo fianco, quasi a volerti proteggere. Senza di loro probabilmente questo viaggio sarebbe stato una gita turistica.

Grazie.

Si ringrazia sempre, anche se si ha avuto poco, e in questo caso è l’esatto contrario; mi preme ringraziare tutti i miei compagni di pellegrinaggio, che mi hanno dato, consapevolmente o meno, un pezzo di se stessi. Ringrazio Guido l’ebreo, Ahmad l’arabo, Feras il cristiano, il Pope delle Tentazioni, il sindaco e le suore di Betlemme, il ragazzo del “bar” di Gerico, di quello che  hanno voluto trasmettermi.
     Ringrazio Renzo, Lucio e Giovanni , che mi hanno dato a piene mani, e per ultimi ringrazio mio fratello Nando e mia moglie Flavia, perché senza di loro questo viaggio non l’avrei mai iniziato.

Conclusione.

Probabilmente ho preso di più di quel che ho dato, però sarà casuale, sarà una circostanza fortuita, sarà un accadimento inatteso, ma appena siamo tornati è notizia di ieri che a Gerusalemme, dopo tanti anni di governo cittadino in mano agli ebrei ortodossi, ora è stato eletto sindaco, a furor di popolo, un laico riformista. Forse dopo la pioggia, qualche euro, qualche sorriso e qualche preghiera abbiamo lasciato qualcosa  di cui andare fieri.                                                     Stefano Caio Gregorio

Quel che ho riportato qui non è, com’è stato detto, un reportage del viaggio. È un diario personale e intimo, e in verità sono stata in dubbio se renderlo pubblico: mi costa, come sempre costa, uscire allo scoperto. Però poi ha prevalso il senso di sincerità e condivisione che ha animato il nostro pellegrinaggio, e soprattutto la gratitudine che sento per ciascuno di voi, per tutto quello che in questi giorni mi avete insegnato. Così ve lo offro, con tutto ciò che di buono e aspro mi è sorto nel cuore in questo generoso tempo che ci è stato dato. Si tratta d’un itinerario parallelo e forse tangente al vostro, perché io più che interrogarmi sul mio credere, come dice don Lucio, mi sono ritrovata piuttosto a interrogarmi sul mio non credere (e non me l’aspettavo). E in questo tortuoso percorso ho trovato in voi una famiglia – di zie e zii, sorelle, fratelli, padri, nonni – ad accompagnarmi nel cammino. Spero che questo mettermi a nudo possa essere anche un modo per dirvi grazie.                       Angela

Nel mio lungo cammino da pellegrina sono rimasta colpita dalla povertà e semplicità che circonda questo popolo. I bambini, chiedendo un piccolo centesimo in continuazione, ci correvano dietro con un ciuchetto (assai magro) per vedere se qualcuno di noi, colto dalla stanchezza, poteva giovarsi del loro aiuto lasciando in cambio qualche moneta.
     Il nostro pellegrinaggio è stato tutta un’emozione di carità e di dolore per quella nazione combattuta dalle guerre, dall’odio e priva di libertà. Prego qualcuno dei grandi affinché riesca ad aiutare questo popolo e a liberarlo dalla schiavitù che li lega e gli impone di vivere uno distante dall’altro, semplicemente per il fatto di avere una diversa religione senza accorgersi però che il Signore è uno solo. 
    In ogni momento la mia mente ripercorre quei passi e mi sento profondamente e spiritualmente arricchita da questo pellegrinaggio che probabilmente chiuderà il percorso che ho iniziato nell’anno 2000.
    Se un giorno arriverò a vedere Gesù, e voglio andarci col mio passaporto, dirò anche a Lui: Signore ti ringrazio perché mi hai aiutata e mi hai dato questa possibilità: io ci sono stata!                                                               
Celina

I pellegrini in Terra Santa:

 

 

 

[1] Betlemme, Beit Lechem, è in ebraico casa del pane.

 

 

 

Malanca Renzo, Il Borgo, 77    58100 GR  Tel 0564-450342 oppure 328-4640399 

E-mail:   info@ipellegrinidellafrancigena.it 

    Sito:  www.ipellegrinidellafrancigena.it    

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